di Nando Santonastaso
martedì 2 luglio 2024, 07:00Anna Maria Bernini ministro dell’Università: «La crescita dell'Africa si fa con l'alta formazione»
Ministro Bernini, il peso del Sud in termini di ricerca e innovazione è cresciuto, come confermano le ultime statistiche. Il nuovo paradigma è ormai una certezza anche per lei?
«Ricerca e università sono il termometro della salute del territorio - risponde Anna Maria Bernini, ministro dell'Università e della Ricerca - Al Sud ci sono infrastrutture della conoscenza già diventate una leva anche per l'economia locale e nazionale. Due esempi su tutti: il centro Agritech di Napoli e il nuovo polo per il supercalcolo di San Giovanni a Teduccio. Parliamo di tecnologie emergenti, di opportunità ancora tutte da cogliere che avranno un impatto positivo fortissimo sulla qualità della nostra vita».
Di sicuro le eccellenze universitarie nel Mezzogiorno non sono poche.
«È così. L'Università italiana ha nel Mezzogiorno radici profonde. A Napoli avete appena festeggiato gli otto secoli di vita della Federico II. E sbaglia chi crede che la tradizione allontani dalla capacità di cogliere il futuro. È il contrario. Otto secoli di storia significano capacità di adattarsi, di interpretare le novità. Caratteristiche obbligatorie di un'Università al passo con i tempi».
Oggi lei firma in Sardegna un accordo in funzione della candidatura italiana ad ospitare un importante polo di ricerca internazionale. Di cosa si tratta?
«È un momento molto importante sia per i rapporti di collaborazione con la Spagna, che per il futuro Cern d'Italia che vogliamo realizzare in Sardegna. La giornata di oggi rafforzerà la nostra candidatura ad ospitare la grande infrastruttura di ricerca internazionale Einstein Telescope. Il governo italiano ha già stanziato 950 milioni. Siamo fiduciosi. E possiamo esserlo proprio grazie alla nostra lunga tradizione, alle nostre conoscenze. Siamo il Paese che più e meglio di altri ha saputo scrivere la storia della ricerca sulle onde gravitazionali. In questo, non abbiamo rivali».
Il Sud è un ponte verso l'Africa. Come cambiano i rapporti con il vicino continente africano alla luce del Piano Mattei lanciato dal governo Meloni?
«È un intreccio di nuove relazioni che corre veloce. Con il Piano Mattei stiamo cercando di indirizzare il cambiamento verso un orizzonte di vantaggi reciproci. Andiamo oltre il vecchio schema della cooperazione. Africa e Italia, e con l'Italia l'Europa, possono crescere insieme. Devono crescere insieme».
Ma in che modo l'Alta formazione e la cooperazione scientifica possono contribuire alla realizzazione del Piano Mattei?
«In modo decisivo. Non c'è crescita senza Alta formazione, e questo vale naturalmente anche per l'Africa. I rapporti accademici con i Paesi africani sono stati molto intensi nei primi decenni del dopoguerra, ora li stiamo rilanciando. Puntiamo a una collaborazione strutturale. Quella che sarà la nuova classe dirigente africana conoscerà l'Italia come un Paese alleato. Nelle ultime settimane sono stata in Tunisia, Libia, Algeria e Marocco, proprio per incentivare nuove intese tra le nostre Università e imprese unite dal Mediterraneo».
E le imprese?
«In Marocco abbiamo avviato il roadshow Piano Mattei, un progetto per rafforzare lo scambio di competenze tra il sistema produttivo italiano e africano. Le imprese giocano un ruolo chiave perché le competenze si trasformino in professionalità. Torneremo presto in Africa per altre tappe grazie alla preziosa collaborazione della Fondazione MedOr, senza la quale questo piano non sarebbe stato possibile».
A Caivano l'impegno del governo ha portato anche sul piano dell'educazione alla formazione ad una svolta senza precedenti. Se l'aspettava?
«La politica, la buona politica, sa mantenere le sue promesse. Abbiamo fatto e continueremo a fare quello che era necessario, perché l'istruzione è l'antidoto più potente contro la criminalità. La formazione è la medicina del degrado. Ma non c'è solo Caivano: stiamo vivendo un'esperienza che sarà poi il modello per riscattare altre realtà».
Ad ogni sua visita a Caivano lei ha detto: siamo qui per restare. Come si concretizza questo impegno?
«L'Università è entrata per la prima volta nel tessuto sociale di Caivano. È un segnale fortissimo delle nostre intenzioni. Nel progetto sono coinvolti tutti gli atenei campani, così come le Accademie, i Conservatori. C'è una sinergia forte, grande voglia di collaborare. È questo spirito di squadra che impedirà a Caivano di restare indietro».
È arrivato il momento di superare il numero chiuso a Medicina?
«Il numero chiuso fa parte del passato. Lavoriamo a una riforma che concili le legittime aspirazioni degli studenti con le esigenze del Sistema sanitario, degli atenei e anche di un mercato del lavoro che richiede alcuni professionisti in particolare. Anche per questo ci saranno esami che varranno comunque per un percorso universitario nell'ambito scientifico. Non è tollerabile fare una selezione solo attraverso i quiz».
Però intanto anche quest'anno ci sono state polemiche sui test. Che idea si è fatta dopo i dubbi espressi dal Nord suoi voti registrati negli atenei meridionali?
«Ho scritto ai Rettori delle Università dove si sono concentrati il maggior numero di punteggi massimi in uno spirito di collaborazione. Sto ricevendo le risposte che mi rassicurano sul regolare svolgimento dei test. Abbiamo tutti delle responsabilità: noi e le Università abbiamo il dovere della trasparenza, i ragazzi quello del senso civico».