di Fabrizio Galimberti

mercoledì 4 marzo 2026, 00:20

La guerra e gli effetti sull’economia: perché l’Iran non sarà un’altra Ucraina

“The fog of war” (la ‘nebbia della guerra’, come la descrisse von Clausevitz) avvolge anche quest’ultimo episodio dei tanti conflitti che hanno rigato di sangue gli ultimi anni, dall’Ucraina a Gaza e ora all’Iran, per tacere di altri minori.

Il pensiero corre a un confronto con l’invasione dell’Ucraina, che doveva essere risolta in breve tempo (secondo le intenzioni di Putin), ma che si protrasse per anni (ne abbiamo appena tristemente celebrato il quarto anniversario) e si protrae ancora. Quel conflitto nel cuore dell’Europa portò a grosse fiammate inflazionistiche e a un forte rallentamento delle economie europee.

La guerra in Iran potrà avere gli stessi esiti? Il Presidente americano potrebbe fare lo stesso sbaglio che fece il Presidente russo? Ambedue ipotizzavano un conflitto breve, seguito da una normalizzazione nel Paese sconfitto. Potrebbe la guerra in Iran trasformarsi, come in Ucraina, in guerra di attrito, lunga e dolorosa, mentre il pezzo del petrolio va alle stelle e le economie occidentali vengono rosicchiate dal verme della sfiducia?

Guardiamo dapprima alla situazione militare. In Ucraina ci fu e c’è ancora, una guerra di terra, fatta di fanti e di carri armati, se pure supportati da missili e aerei. La sproporzione fra la Russia – esercito e materiale bellico – e l’Ucraina era enorme. Ma gli ucraini hanno resistito eroicamente, supportati da materiale bellico occidentale e da un uso creativo dei droni, prodotti internamente. Nel caso dell’Iran, la sproporzione fra gli attaccanti – Usa e Israele – e gli attaccati è di ordini di grandezza superiore a quella fra Russia e Ucraina. Ed è molto improbabile che l’Iran possa ricevere, come nel caso dell’Ucraina, materiale bellico da Paesi amici, come Russia e Cina.

Questo vuol dire che, militarmente, l’Iran dovrà arrendersi. Come nel caso ucraino, i droni iraniani hanno fatto danni e continueranno a farli – ma a un certo punto finiranno e le fabbriche di droni sono attaccabili e attaccate. Non bisogna comunque sottostimare i danni dei droni iraniani, che non stanno solo nelle macerie degli obiettivi colpiti, ma anche nel fatto che costringono il nemico a usare di un missile Patriot (che costa circa 4 milioni di dollari) per abbattere un drone iraniano di tipo Shahed (che ne costa 20mila). Certo, anche i Patriot prima o poi finiranno, ma, da questo punto di vista, le finanze e la capacità produttiva di Usa e Israele sono immensamente superiori a quelle iraniane.

Nel frattempo, aspettando che si diradi “The fog of war”, quali danni farà questa guerra? Nella lontana Australia ci sono già code ai distributori, per fare il pieno di carburante prima che i prezzi aumentino… (fieno in cascina e super nel serbatoio…). Il grafico mostra le prime reazioni delle quotazioni dei prezzi del petrolio, del gas e delle materie prime a partire dall’attacco all’Iran. Come si vede, per quanto riguarda le materie prime diverse dall’energia, gli aumenti erano cominciati molto prima, per altre ragioni, e le quotazioni raggiunte non sono preoccupanti. Invece, per petrolio e gas, la reazione c’è stata, ma a partire da bassi livelli (come già detto su queste colonne – vedi «Il Messaggero» del 1° marzo): a tutt’oggi i prezzi, rispetto a quelli di inizio 2025, sono ancora inferiori per il greggio e di non molto discosti per il gas naturale. Certo, potranno ancora salire, ma mano che gli effetti del blocco dello Stretto di Hormuz si faranno sentire (non solo petrolio e gas passano per lo Stretto ma anche grosse quote di fertilizzanti). Tuttavia, come già detto, l’Opec e l’Arabia Saudita sono pronti ad aumentare la produzione di greggio per evitare strappi dei prezzi.

Quali sono le vulnerabilità dell’economia italiana in questo contesto? La tabella mostra alcuni dati-chiave, che confrontano la situazione nel 2022 (anno dell’invasione russa) con quella di oggi. Il petrolio iraniano copre una quota piuttosto bassa del totale mondiale, ma il petrolio del Medio Oriente (gran parte del quale passa per lo Stretto) continua a essere una grossa parte (un terzo circa) del totale. Fiammate del prezzo del greggio (e del gas) sono quindi possibili e probabili se la guerra e il blocco durassero più del previsto; da questo punto di vista l’Italia – priva di materie prime, energetiche e non – è vulnerabile.

Fortunatamente, in Italia – e in molti altri Paesi – l’intensità energetica continua a diminuire, sotto la spinta di maggiori efficienze nell’industria, nei servizi e nelle abitazioni (per queste ultime, a qualcosa dovranno pur servire i ‘cappotti’ da bonus e Superbonus…!), così come di una riduzione nell’attività di settori produttivi ad alto consumo di energia. E, per quanto riguarda i timori di inflazione, in Italia i prezzi al consumo mostrano ormai da tempo una dinamica estremamente modesta, unita a un altrettanto modesto livello di attese inflazionistiche. Il che vuol dire che eventuali fiammate dei prezzi energetici dovranno fare i conti con quei fattori strutturali che hanno portato l’Italia a registrare tassi di inflazione inferiori a quelli tedeschi.

C’è una vulnerabilità nel settore finanziario, sia per quanto riguarda i mercati obbligazionari: il timore dell’inflazione spingerebbe in alto i rendimenti e il costo del servizio al debito, importante per l’Italia; sia per i mercati azionari: il rapporto prezzi/utili per la Borsa italiana, a quota 16, è già ben più alto rispetto a quello del 2022 (anche se impallidisce di fronte al 26 di Wall Street). Da ultimo, il settore turistico vedrebbe i voli farsi più cari a causa degli aumenti del ‘jet fuel’, vedrebbe più gente stare a casa, e in definitiva danneggerebbe l’Italia, che è un Paese fra i più gettonati per il turismo internazionale (vedi il numero di passeggeri servito da Fiumicino).

Comunque, l’incognita maggiore non è nella situazione militare. È in quello che succederà quando l’Iran dovrà risollevarsi dalle macerie. Come già scritto in passato, l’America non ha una buona pagella in tema di esportare democrazia nei Paesi del Medio Oriente. Quando si sarà depositata la «cruenta polvere» ne dovremo riparlare…

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