di Nando Santonastaso

giovedì 29 agosto 2024, 07:00

L'industria del Mezzogiorno corre tra tecnologia e Zes unica

Il Sud ha un'anima industriale. Ed è grazie ad essa che la sua crescita negli ultimi anni (Pil, export, occupazione, attività di ricerca e quant'altro) è diventata costante, a dispetto di pregiudizi e previsioni più o meno catastrofiche sul suo futuro. «Per ogni euro che dal Mezzogiorno Sud va all'estero se ne aggiungono 1,3 destinati al resto del Paese. Questo fa sì che investire e sviluppare l'industria del Sud garantisce ricadute per tutta l'Italia: un investimento di 100 euro nel Mezzogiorno genera una ricaduta di 54 euro nel Centro-Nord» scrive Srm, la Società di studi e ricerche sul Mezzogiorno collegata a Intesa Sanpaolo, in un report curato da Agnese Casolaro e Autilia Cozzolino, ricercatrici dell'Ufficio Economia delle Imprese e del Territorio del Centro studi. I numeri raccontano una realtà competitiva a livello internazionale anche se non dotata della stessa intensità industriale dei territori del Nord. E indicano una curva in ascesa a breve termine grazie al Pnrr e alle potenzialità della Zes unica, con annessi incentivi fiscali per il lavoro. Industria sostenibile, peraltro, più orientata del passato alla tecnologia (l'aumento del numero di Pmi innovative è stato superiore nel 2023 alla media nazionale) e soprattutto sempre più alleata del mondo accademico come dimostra l'ampia diffusione degli ecosistemi dell'innovazione, presenti oggi in pressoché tutte le regioni meridionali. È una spinta robusta, insomma, alla nuova centralità del Mezzogiorno che continua a fare i conti con i ritardi infrastrutturali e della macchina pubblica ma che poggia su certezze importanti. E, soprattutto, su opportunità di investimenti più ampie del resto del Paese dove un certo effetto saturazione, come più volte descritto dalla Svimez, appare evidente. 

Lo sprint del Mezzogiorno 

Con 93.570 imprese impegnate nelle produzioni manifatturiere (dato 2022) il Mezzogiorno se venisse considerato uno Stato - occuperebbe il settimo posto in Europa tra Spagna (171.281) e Slovacchia (81.152). Tra gli stabilimenti produttivi con oltre 500 addetti, circa 60 siti sono di società produttrici di beni e servizi, con più di 70mila occupati diretti. Inoltre, le tre maggiori fabbriche italiane per numero di occupati (diretti e indotto) sono tutte nel Mezzogiorno: le Acciaierie d'Italia a Taranto (8.123 addetti diretti e 5.000 nell'indotto); la Stellantis, a San Nicola di Melfi in provincia di Potenza, (6.761 dipendenti e 3000 nell'indotto); la Sevel in Val di Sangro (Chieti), dove si producono i veicoli commerciali della stessa Stellantis (5.726 addetti diretti e 5.000 nell'indotto). Ma industria al Sud vuol dire tanto altro, lungo l'elenco degli insediamenti più importanti ai quali si aggiungeranno il polo dei microchip di STMicroelectronics e la fabbrica di pannelli solari in Sicilia solo per citarne alcuni: «Per l'importo del valore aggiunto del settore industriale (comprensivo del comparto edile), nel 2022 ultimi dati ufficiali dell'Istat Campania e Puglia si sono collocate in settima e ottava posizione nella graduatoria delle regioni italiane, con un'incidenza del 20% nella Campania del valore aggiunto industriale sul valore totale delle attività economiche, e del 21% in Puglia sempre sul suo valore totale. Inoltre, l'incidenza del valore aggiunto industriale (sempre includendovi il comparto edile) sul totale in altre regioni del Sud era stata del 27% in Abruzzo, del 23% nel Molise e del 38% in Basilicata» ricorda leconomista pugliese Federico Pirro. 

La nuova continuità del Sud 

Non sono performance episodiche, tutt'altro. Al Sud il cambio di paradigma è iniziato ben prima del Covid e, aspetto nient'affatto trascurabile, non è stato interrotto dalla pandemia. «Se da un lato, infatti, cresce sia il numero delle imprese innovative meridionali (+52% nel periodo 2014-2018, in Italia +34,3%) sia la loro spesa in innovazione (+158% nel periodo 2014-2018, in Italia +96%), dall'altro aumentano anche le Pmi innovative del territorio (+127% nel periodo 2019-2022, in Italia +124%) e le Startup (+47%, in Italia +41,3%). Da sottolineare anche che il Mezzogiorno è l'area con il più elevato tasso di imprenditorialità giovanile: 10,7% contro l'8,9% in Italia», si legge nello studio già citato di Srm. Negli anni si è poi rafforzata la specializzazione settoriale dell'industria manifatturiera: è il caso delle 4A+Pharma (Alimentare, Abbigliamento, Aerospazio, Automotive e Bio-farmaceutica), filiere che hanno resistito in gran parte alla frenata dell'economia tra Covid, inflazione e conseguenze della guerra in Ucraina. Al punto che continuano a rappresentare il 47% del valore aggiunto manifatturiero meridionale (32% in Italia), il 46% dell'export (36% per l'Italia), il 45,6% degli occupati (31,4% per l'Italia) e il 39,5% delle unità locali (30,6% per l'Italia). Inoltre, il peso del valore aggiunto di queste filiere sul dato nazionale è del 18%, ben superiore a quello che si rileva nell'ambito manifatturiero (12%). Vale anche la pena di ricordare la forte crescita della componente tecnologica: già prima del 2019, infatti, l'incidenza del valore aggiunto delle imprese a media-alta tecnologia era cresciuta più rapidamente al Sud Italia: +17,2% rispetto +3,7% del Nord e meno -1,1% del Centro. Né va, poi, dimenticato che esiste una quinta A, quella relativa all'ambiente e all'economia sostenibile e bio-based in cui il Sud rappresenta un player importante. Nel Mezzogiorno, la relazione tra Ambiente e Territorio ha una sua specificità. In particolare, se si considera la filiera bio-economica: il peso del valore aggiunto sul totale economia è del 6,8%, valore superiore a quello nazionale (6,3%).

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Dice Pasquale Lampugnale, sannita, vicepresidente nazionale della Piccola industria di Confindustria: «Il Sud ha, e deve mantenere, una propria prospettiva di sviluppo industriale, e le recenti misure introdotte dal governo come ad esempio la Zes unica, la decontribuzione e gli altri incentivi per le assunzioni che stanno stimolando incrementi di produttività anche nelle piccole imprese, possono andare in questa direzione. Devono però essere rese strutturali, in modo da assicurare un effettivo e concreto sostegno al Sud per ridurre il gap con il Nord in termini di Pil e tasso di occupazione, che sono i principali e più significativi indicatori. È fondamentale, ad esempio, per evitare che le aziende siano costrette a rivedere la propria pianificazione finanziaria con ricadute negative sull'occupazione, il rinnovo della decontribuzione Sud per il costo dei dipendenti, che va resa strutturale anche dopo la scadenza del 31 dicembre 2024. Ed è opportuno anche concentrare attenzione e risorse su quegli strumenti in grado di garantire una effettiva e facile fruizione dei fondi e dei benefici, e utilizzare al meglio i fondi europei attraverso strumenti di compensazione automatica, destinando a progetti speciali le risorse inutilizzate come avveniva in passato». 

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