di Mariagiovanna Capone
giovedì 5 settembre 2024, 07:00Rientro dei cervelli, intervista a Enrico Fardella: «Dalla Cina all'Orientale, studio Pechino da Napoli»
Lo sguardo punta sempre a oriente, anche se, dopo quasi vent'anni in Cina, Enrico Fardella è ritornato in Italia. Tra le tante possibilità offerte, l'Università di Napoli L'Orientale è stata la scelta più allettante: qui, come professore associato, insegna Storia dei rapporti fra Cina e Europa del XX secolo, dal 1949 a oggi, e insegnerà presto anche Storia della politica estera cinese. Inoltre, il docente siciliano è promotore del progetto China Med, un progetto di ricerca che analizza l'impegno e il ruolo della Cina nell'area mediterranea, ed ecco che trovarsi a Napoli diventa fondamentale.
Professor Fardella, lei è laureato in Storia contemporanea all'Università di Bologna e ha un dottorato in Relazioni internazionali al Cesare Alfieri a Firenze. Il suo interesse sulla Cina come nasce?
«Qualche spunto arrivò già durante la mia laurea: facevo un Erasmus a Edimburgo, e in quella occasione mi ero avvicinato alla Cina studiando storia e cultura cinese. L'interesse si è consolidato con il dottorato di ricerca, in cui scelsi di approfondire i rapporti tra Cina e Stati Uniti nella fase finale della Guerra Fredda. Poiché all'epoca non c'erano molti esperti in Cina che potessero supervisionare il mio lavoro, ho proseguito autonomamente, frequentando la School of Oriental and African Studies a Londra, la London School of Economics e la Peking University in Cina, con cui ho creato uno scambio e dove mi sono trasferito nel 2005. Da allora, non sono praticamente più tornato indietro. Ho trascorso la maggior parte della mia carriera accademica a Pechino, dove sono stato il primo europeo a completare un post-dottorato in inglese, ho seguito tutto il percorso accademico e nel 2016 sono diventato professore associato».
La sua carriera si è svolta prevalentemente in Cina. Cosa l'ha portata a rientrare in Italia?
«La decisione è maturata con il tempo. La vita in Cina non è sempre stata semplice, e con la pandemia mi sono ritrovato bloccato in Sicilia. Questo mi ha fatto riflettere sulla necessità di stare vicino alla mia famiglia, e ho capito che era il momento di tornare a casa. Ho capito che poteva questo desiderio poteva concretizzarsi, però, soprattutto grazie all'incontro con il rettore Roberto Tottoli dell'Orientale di Napoli, il quale mi ha accolto con grande fiducia e apprezzamento per la mia esperienza. È stata una sorta di corrispondenza amorosa accademica. Ho subito capito che era la persona giusta al posto giusto, una persona con una vasta esperienza internazionale e una visione chiara per il futuro dell'ateneo. Così, sono tornato grazie al programma Rientro dei cervelli».
Che ambiente accademico ha trovato a Napoli?
«Sono rimasto positivamente sorpreso. All'Orientale ho trovato colleghi di altissimo livello, con una capacità di fare ricerca che non ha nulla da invidiare alle grandi università internazionali, nonostante le limitate risorse finanziarie che hanno gli atenei italiani. C'è un entusiasmo contagioso e una voglia di migliorare continuamente. Per quanto riguarda gli studenti, sono rimasto colpito dal loro impegno e maturità. Sanno che la loro formazione è cruciale per il futuro, e questo si riflette nella loro partecipazione attiva ai corsi».
Oltre agli impegni accademici, lei porta avanti il suo progetto di ricerca, ChinaMed.it: di cosa si tratta?
«È un progetto che studia l'influenza della Cina nel Mediterraneo allargato, ed è finanziato dal Ministero degli Esteri e da altre fonti. Coordinando un gruppo di circa 13 ricercatori a livello internazionale, coinvolgiamo sempre più studenti dell'Orientale, soprattutto quelli con competenze linguistiche nelle lingue dal cinese all'arabo, e insegniamo ai giovani ricercatori come fare analisi approfondite sulla Cina e il suo ruolo nell'area. Il progetto è cresciuto notevolmente, e stiamo producendo report e analisi per il governo italiano, oltre a pubblicazioni su riviste internazionali di rilievo come la Middle East Policy. All'Orientale, sto cercando di creare una filiera che coinvolga studenti magistrali, portandoli verso la ricerca pratica, con l'auspicio di creare opportunità post-dottorali».
Parlando di Cina, molti la considerano il futuro del mondo. Lei cosa ne pensa?
«Credo che il futuro del mondo non sia di un singolo Paese, ma dell'intero sistema globale. La Cina è certamente una parte fondamentale di questo sistema, ma non si può studiare isolatamente. Il progetto ChinaMed nasce proprio da questa idea: creare un ponte tra aree geografiche diverse, come il Medio Oriente e l'Asia, per comprendere meglio il ruolo della Cina in un contesto globale. È un approccio complesso, ma è quello che serve per comprendere il mondo di oggi».