di Mariagiovanna Capone
venerdì 30 agosto 2024, 16:00Rientro dei cervelli, intervista a Giovan Battista D'Alessio: «I cervelli circolano, Napoli è meta di qualità»
Giovan Battista D'Alessio si è allontanato da Napoli già a 17 anni, quando ha iniziato la Scuola Normale di Pisa come studente del corso ordinario e proseguendo con il perfezionamento. Poi tre anni da research fellow all'University College London, quattordici all'Università di Messina, prima come ricercatore di Lingua e Letteratura Greca e poi come professore associato, per approdare dal 2007 al 2014 come ordinario al Dipartimenti di Studi Classici di King's College London. Dieci anni fa il rientro a Napoli come ordinario di Filologia Classica all'Università Federico II.
Cosa l'ha spinta a tornare a Napoli?
«Il ritorno a Napoli è stato mosso da molteplici fattori, anche personali, ma il desiderio di rientrare in un contesto che, nonostante le sue sfide, considero estremamente stimolante ha giocato indubbiamente un ruolo importante. Negli anni, ho visto un'evoluzione significativa nella città, che oggi è molto ben interconnessa a livello internazionale. Però non vedo il mio ritorno come una dialettica tra estero e patria, ma piuttosto come un'opportunità di portare a Napoli quelle esperienze che ho accumulato altrove, contribuendo a confermare il suo ruolo nel contesto internazionale».
Si parla spesso di fuga di cervelli, ma sembra che lei non interpreti il suo ritorno in questi termini.
«È vero, il termine fuga di cervelli viene usato spesso in modo troppo semplicistico, ma io preferisco parlare di circolazione delle persone e delle idee. Molti studiosi italiani vanno all'estero non solo perché cercano migliori opportunità, ma anche perché la formazione ricevuta, specialmente negli studi classici, è di altissimo livello e apprezzata globalmente. Ritengo quindi fondamentale che ogni giovane accademico voglia esplorare il mondo, confrontarsi con altre realtà, e poi, se possibile, tornare per contribuire alla crescita del proprio Paese. Napoli, e l'Italia in generale, offrono opportunità di formazione di altissimo livello. Tuttavia, credo fermamente che esplorare il mondo sia fondamentale. Andare all'estero è un'opportunità straordinaria, non solo per acquisire nuove competenze, ma anche per confrontarsi con realtà diverse. Allo stesso tempo, però, è importante riconoscere il valore della propria terra e il fatto che Napoli offre un ambiente di ricerca sotto molti punti di vista all'avanguardia».
Anche in confronto alle altre realtà internazionali?
«Quando sono arrivato qui, ormai dieci anni fa, ho trovato una comunità accademica vivace, studenti preparati e motivati, un ambiente che reggeva il confronto con le migliori realtà internazionali. Napoli occupava un posto di rilievo nel panorama internazionale, e oggi, forse anche più di ieri, ha le capacità di connettersi con il mondo intero. È senza dubbio uno dei migliori luoghi al mondo per formarsi, soprattutto nel mio settore: gli studi classici sono all'avanguardia grazie a un contesto culturale ricco e a una tradizione che favoriscono didattica e ricerca di punta. La qualità della formazione è superiore a quella offerta da molte celebri istituzioni estere e questo è dovuto non solo alla nostra esperienza accademica, ma anche all'entusiasmo e alla dedizione degli studenti. La formazione che offriamo non solo è competitiva, ma permette ai nostri laureati di essere apprezzati in tutto il mondo. Tuttavia, è importante che gli studenti comprendano che questo settore richiede una forte motivazione e il coraggio di affrontare un percorso non sempre facile».
Ci sono anche studenti stranieri che scelgono Napoli per la loro formazione?
«Abbiamo studenti stranieri soprattutto con il post-dottorato, grazie anche alla Scuola Superiore Meridionale, dove pure insegno. Napoli ha ancora bisogno di investimenti in strutture e residenze universitarie per essere realmente competitiva a livello internazionale, questo è un aspetto su cui la Federico II si sta giustamente impegnando. Sono fiducioso che, con gli investimenti opportuni, la città potrà offrire infrastrutture attraenti per un numero significativamente maggiore di studenti stranieri. L'internazionalizzazione richiede un impegno a lungo termine, e i segnali di cambiamento sono già presenti».
Gli studi umanistici sono spesso considerati con poche prospettive lavorative. È così?
«È vero che le opportunità lavorative per chi intraprende studi umanistici possono sembrare meno prevedibili rispetto ad altri campi. Tuttavia, non si può sottolineare mai abbastanza l'importanza culturale e critica di questi studi: formano persone capaci di analizzare, comprendere e contestualizzare il passato, dotandole di strumenti intellettuali indispensabili per navigare il presente. Gli studi umanistici non devono essere visti solo come un trampolino per un lavoro (fondamentale per tutti), ma anche, in misura non secondaria, come un percorso che forma pensatori critici, cittadini capaci di affrontare con solidità di metodo le complessità del mondo moderno. E di questi abbiamo bisogno tutti».