Sud e più donne nel lavoro: i due giacimenti di crescita dell'Italia
Queste “Considerazione finali” le prime del Governatore Fabio Panetta saranno ricordate per aver rivoltato come un guanto il principio di sussidiarietà. Sussidiarietà: chi era costei? avrebbe detto don Abbondio. Si tratta di quel principio per cui non bisogna fare a livello centrale quel che può esser fatto meglio a livello locale. Un principio spesso invocato, ora che molte critiche vengono volte all'Unione europea per una intromissione minuta nelle scelte di come consumare e come produrre.
I compiti a casa
Ebbene, il Governatore, in una lista di «compiti a casa» che ha sgranato ad uso e consumo dei reggitori dell'Eurozona, ha detto che ci sono cose che devono essere fatte (meglio) a livello dell'Unione rispetto ai livelli nazionali. Possono? Debbono, ora che la storia ci presenta il conto: di fronte all'instabilità del contesto geopolitico e agli imperativi del XXI secolo, l'Europa deve spendere di più per la difesa, per la transizione ecologica e per quella digitale: le stime della Commissione Ue portano a un fabbisogno di investimenti pubblici e privati di oltre 800 miliardi ogni anno fino al 2030: «Perseguire un piano così vasto a livello nazionale comporterebbe duplicazioni di spesa e la rinuncia alle economie di scala. Incontrerebbe ostacoli nella capacità fiscale di più paesi, con il rischio di compromettere la necessaria ampiezza dell'impegno e di accentuare la frammentazione del mercato unico». Ci sono beni pubblici, argomenta il Governatore, anche a livello europeo, come l'ambiente e la sicurezza esterna. Ecco un'altra ragione per portare al massimo livello la famosa sussidiarietà: «un ammontare di investimenti insufficiente danneggerebbe tutti i paesi e tutti i cittadini dell'Unione». Per fare questi massicci investimenti, attirando anche i capitali privati, ci vuole un egualmente massiccio mercato dei capitali: «Sarebbe illusorio pensare di finanziare l'enorme volume di investimenti necessari per la competitività dell'economia europea senza un preponderante apporto del risparmio privato e senza la professionalità degli intermediari».
E qui Panetta non teme di mettere i piedi nel piatto: «All'architettura economica europea mancano due elementi essenziali: una politica di bilancio comune e un mercato dei capitali integrato». E, scendendo per li rami delle necessità operative, Panetta perora con forza la creazione di un titolo di debito comune: manca «un titolo pubblico europeo privo di rischio». Sì, ci sono stati gli eurobond emessi per affrontare l'emergenza pandemica. Ma sono stati adottati come misura d'emergenza, in risposta a un devastante "cigno nero". Devono invece far parte delle normali operazioni di un bilancio pubblico comune: se questo bilancio, assortito di un mercato dei capitali integrato, ci fosse stato, «l'Europa avrebbe potuto rispondere meglio alle crisi degli ultimi quindici anni».
Per un bilancio comune
Di questo titolo pubblico privo di rischio Panetta dà qualche giustificazione tecnica («Un titolo comune esente da rischi agevolerebbe la valutazione di prodotti finanziari quali le obbligazioni societarie e i derivati, stimolandone l'espansione; offrirebbe una forma di collaterale utilizzabile in tutti i segmenti di mercato, anche per gli scambi transfrontalieri; costituirebbe la base delle riserve in euro delle banche centrali estere, rafforzando il ruolo internazionale della nostra valuta»). Ma non vi è dubbio che un bilancio comune con emissione di titoli di debito a carico dell'Unione nel suo complesso il “sogno di mezza primavera” del Governatore sarebbe forse la riforma più importante nella storia dell'Unione monetaria: sanerebbe quella “zoppìa” che Carlo Azeglio Ciampi sempre lamentò. Recitano le Considerazioni: «Un bilancio europeo consentirebbe di definire l'orientamento fiscale complessivo non più come la somma delle politiche nazionali, ma in base alle esigenze dell'economia dell'area; permetterebbe di affrontare efficacemente shock comuni forti e prolungati, quali la pandemia o la crisi energetica, favorendo la coerenza tra politica di bilancio e politica monetaria».
Stiamo andando in quella direzione? Panetta non è tenero sulla riforma del nuovo Patto di stabilità: «La recente riforma dei meccanismi di governo economico europei non ha segnato particolari progressi in queste direzioni». Anche se si premura di dare un colpo al cerchio e uno alla botte: «Le nuove norme contengono nondimeno aspetti innovativi coerenti con la crescita. Esse si concentrano sulla sostenibilità di medio termine del debito pubblico, anziché sulla calibrazione precisa e continua della politica di bilancio». Il Governatore va anche a sostenere il ministro Giorgetti, che è stato da più parti criticato per non aver inserito nel Def una traiettoria programmatica della politica di bilancio: «Gli effetti del nuovo impianto normativo dipenderanno da come esso sarà applicato». Questa era precisamente la risposta del ministro: ci sono ancora troppe incognite e troppi dettagli da precisare, ed è prematuro impiccarsi a dei numeri prima dei chiarimenti che verranno in autunno.
Panetta si toglie un altro sassolino dalla scarpa quando raccomanda, per l'Eurozona, di «riequilibrare il modello di crescita seguito nei due decenni passati, riducendo l'eccessiva dipendenza dalla domanda estera». La stoccata è riservata specialmente alla Germania, il cui avanzo corrente, quasi strutturale, può solo essere corretto da una maggiore domanda interna.
La questione energetica
Fra i “compiti a casa” per l'Europa c'è naturalmente la questione energetica. Gli europei (noi in particolare) sono stati bravi ad affrancarsi dalla dipendenza dai prodotti energetici provenienti dalla Russia, ma sostituire un fornitore con un altro non vuol dire essere indipendenti. E il Governatore opportunamente ricorda che «L'area dell'euro è inoltre dipendente dall'estero per l'approvvigionamento di risorse essenziali: ad esempio, le forniture di petrolio e gas naturale, che rappresentano oltre metà del fabbisogno complessivo di energia, provengono pressoché interamente da paesi terzi». Ecco la necessità di investire nelle energie rinnovabili. E sia consentito qui spezzare una lancia a favore del Mezzogiorno: un pannello solare nel nostro Sud produce il doppio di energia rispetto a un pannello a Francoforte
Panetta conferma la sua reputazione di autorevole “colomba” nel Consiglio Bce: dobbiamo evitare che «la politica monetaria diventi eccessivamente restrittiva, spingendo l'inflazione al di sotto dell'obiettivo simmetrico della Bce». È facile osservare che, anche con qualche ribasso dei tassi-guida, i tassi reali continueranno a essere superiori al tasso di crescita dell'economia.
Sull'Italia, il Governatore riconosce il recente cambio di marcia, che non è solo dovuto alla problematica spinta dei superbonus. Il grafico mostra come l'Italia ha fatto meglio degli altri anche per le componenti più virtuose della domanda: investimenti produttivi ed esportazioni. E, nota Panetta, il cambio di marcia c'è stato anche per il Mezzogiorno.
Le tendenze demografiche non sono favorevoli all'Italia, e il calo della popolazione in età di lavoro minaccia una sostanziosa decrescita del Pil. Per contrastarla, Panetta vede lo sviluppo del Mezzogiorno come una questione «ineludibile per la politica economica». E il Nostro lamenta anche il basso tasso di occupazione femminile. Ecco due giacimenti di crescita potenziale: il Sud e l'ingresso delle donne nel mercato del lavoro.
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