di Andrea Bassi

giovedì 12 febbraio 2026, 00:02

Tfs subito agli statali, si riapre la partita. Ma l'Inps insiste per pagarlo a rate

Un paio di settimane, probabilmente non di più, e la Corte Costituzionale tornerà a pronunciarsi sui tempi di liquidazione del trattamento di fine servizio ai dipendenti pubblici, il cosiddetto Tfs. Sarà la terza, e si spera ultima volta, che i giudici supremi saranno chiamati a dire la loro sulla questione.

Breve riassunto della vicenda. Durante le varie crisi dello scorso quindicennio, dal crack di Lehman Brothers all'impennata dello spread, tra i vari “sacrifici” richiesti agli statali, è stato introdotto anche un differenziamento e una rateizzazione del pagamento del Tfs. Riassumendo al massimo, il dipendente pubblico che va in pensione, a seconda dei casi, deve attendere fino a 7 anni prima che gli sia pagata l'ultima rata della liquidazione. E tutto senza nemmeno riconoscere un euro di interessi.

 

L'ultima sentenza

La Corte Costituzionale, con l'ultima sentenza, la numero 130 del 2023, ha già detto che trattenere tanto tempo i soldi dei lavoratori non è proprio in linea con la Carta. Dunque ha dato un “monito” a governo e Parlamento: intervenire e sanare questa situazione. Dopo tre anni qualcosa si è mosso. Ma poco. Si è, per esempio, deciso di pagare subito il Tfs ai lavoratori “fragili”, chi ha disabilità. E si è deciso di anticipare a 9 mesi, invece che a 12 mesi, il pagamento della prima rata. Pure il Parlamento ha provato a fare la sua parte, con due disegni di legge per risolvere, almeno per una parte più numerosa dei dipendenti, il problema. La Ragioneria generale dello Stato ha affossato i progetti parlamentari per mancanza di coperture.

 

I costi

Proprio da qui val la pena ripartire. Gli avvocati dell'Inps nelle loro memorie, hanno di nuovo quantificato costi insostenibili per le finanze pubbliche in caso di una bocciatura definitiva da parte della Corte Costituzionale. Costerebbe, dicono gli esperti dell'Istituto, 4,2 miliardi nel caso fosse eliminato il solo differenziamento della prima rata, 11,6 miliardi se si cancellasse la sola rateizzazione e 15,6 miliardi se si eliminassero entrambe le penalizzazioni per i dipendenti pubblici.

Conti “opinabili”, ha contestato l'avvocato Pietro Frisani, il difensore dei lavoratori che hanno fatto ricorso alla Corte. Perché, ha spiegato, la Ragioneria ha quantificato in soli 22 milioni il costo della riduzione di tre mesi dei tempi di pagamento. Insomma, pagare subito la prima rata, se i conti sono esatti, non dovrebbe costare 4 miliardi ma 88 milioni.

Ma Frisani ha contestato in maniera ruvida un'altra tesi sostenuta dall'Inps. «Coloro che percepiscono somme di denaro in un'unica soluzione», è scritto nella memoria difensiva dell'Istituto, così come riportato da Frisani durante l'udienza pubblica, «sono maggiormente propensi a privilegiare gratificazioni immediate rispetto al futuro spinti dall'euforia a spese eccessive. Ricevere una grossa somma», cita Frisani leggendo la memoria dell'Inps, «può far percepire spese minori come nulla spingendo a spendere di più. È stato osservato», conclude l'Inps, «che le decisioni finanziarie possono essere influenzate da scorciatoie mentali».

Per i legali dell'Inps, insomma, i dipendenti pubblici non sarebbero in grado di gestire del tutto in autonomia la propria liquidazione. Meglio dargliela un po' alla volta. Una tesi, va detto non proprio solida, e che certamente discuterà. Comunque sia, la vera domanda è che faranno i giudici che, va detto, sui ritardi nel pagamento della liquidazione sono già stati abbastanza perentori. Così è stata la stessa Inps a suggerire qualche via “alternativa”. Per esempio dare un termine a governo e Parlamento per intervenire. Oppure, quanto meno, iniziare a pagare gli interessi ai lavoratori sui soldi trattenuti nelle casse dell'Istituto. Che va sempre ricordato sono retribuzioni diverse e appartengono a chi ha lavorato per diversi decenni. E forse a 67 e passa anni saprà pure che farci.

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