di Alessandro Rosi
mercoledì 24 luglio 2024, 06:21Quanto guadagnano i tiktoker? Matteo Cirillo: «Per un contenuto di 24 ore anche 20 mila euro»
«Racconto di nonno Agostino, detto l'americano, che aveva comprato l’edicola perché all'epoca era un investimento sicuro, come comprarsi una casa. Passava di generazione in generazione». Ora non più. L’attore Matteo Cirillo ha portato in piazza Testaccio lo spettacolo “Ce l'ho, ce l'ho, mi manca”, una testimonianza storica di un mestiere che rischia di sparire. Ma che ancora svolge una funzione sociale importante. «Non ci aspettavamo che 400 persone riempissero la piazza».
Com'è nato?
L’idea è stata di Fabio Morgan della Città ideale. Quattro mesi di scrittura e decine di giornalai intervistati. Tutti ci raccontavano più o meno che la stessa situazione: erano diventati giocattolai. C’era uno a San Lorenzo che aveva messo un chiosco h24 per vendere le bibite (e sostanzialmente viveva quasi più di questo). Un altro faceva i visti per gli stranieri, cioè prendeva appuntamento per gli stranieri all'ambasciata per fargli fare il visto.
C’è stata una storia che ti ha colpito di più delle altre?
Una delle interviste che più mi ha rotto il cuore è stata quella all’edicolante del ponte di ferro dopo la Tuscolana. Continua a lavorare abbastanza e mi ha detto, però, che pure a lui il lavoro è diminuito tantissimo. “Questa (ndr, l’edicola) la potevo vendere dieci anni fa a 250 milioni e adesso per portarla via me costa 3000 euro. Ma questi sono soldi che ho tolto alla famiglia mia, ho tolto a mio padre, a mio nonno. Io qua non mollo”.
Ormai sopravvivono gli irriducibili.
Quelli che ci credono, e hanno anche fortuna. Lui, ad esempio, è vicino a tre scuole. I bambini comprano i manga, i giocattoli. E poi continua a vendere anche i giornali. Mentre per altre, anche quelle in una piazza come a Testaccio, è difficile andare avanti.
È chiusa?
Sì. Quando siamo andati a fare le prove, appena ho aperto la serranda tutti a chiedermi: “Ma ha riaperto?”.
È un mestiere in via di estinzione?
In evoluzione, perché cambia. Quello che racconto è che il giornalaio era anche un detentore dei segreti del posto.
Un punto di riferimento, uno “psicologo” come si sente durante lo spettacolo.
Il nonno del giornalaio di Testaccio veniva chiamato “il sindaco” perché sapeva tutto. Tutta l'informazione passava da là, non c'era internet. Era lui il detentore di tutte le informazioni. In questo quartiere si respira ancora romanità.
Come si sta evolvendo il mestiere?
Spesso il giornalaio diventa il portiere della zona, perché prende i pacchi di Amazon. Ormai, peraltro, gli edicolanti sottolineano che conviene più un abbonamento online piuttosto che comprare il cartaceo. La settimana enigmistica e guida tv, invece, sono sopravvissute. Le vendite non sono cambiate.
Qual è il futuro di questo spettacolo?
Il progetto è quello di portarlo in teatro e nelle singole edicole di tutta Italia. Però bisogna trovare i fondi per sostenere le spese.
Un altro spettacolo (di successo) che hai scritto è “Oggi sposo”. Come è nato?
Per gioco. Il mio primo spettacolo “Aspettando una chiamata”, che racconta un po’ della paura di fare uno spettacolo, era andato molto bene. Allora poi mi è venuto in mente di farne un secondo. Che è stato ispirato da mia nonna. Io sono nato in una famiglia di tre figli, mia madre non c'era mai e neanche mio padre, quindi sono cresciuto con lei. Quando è venuta a mancare avevo 25 anni. E mi ricordo che tutte le sere piangeva mio nonno. Quando li ho visti al cimitero insieme, tutti e due sorridenti, mi sono detto: vedi, si sono incontrati e finalmente mia nonna è felice. E allora ho deciso di fare uno spettacolo sull’amore. Ci vogliono 8.2 secondi per innamorarsi di una persona, ma potrebbe non bastare una vita intera per dimenticarla.
Da quanto va in scena?
Ora sono quasi 10 anni. Il primo agosto sarà a Pomigliano d'Arco, in provincia di Napoli.
Quali premi ha vinto?
Premio Traiano. Poi ho vinto l’opera Prima per il film “Pinocchio contemporaneo”. Il corto uscirà a ottobre.
Ma tu ti sei sposato o no?
Io no, un controsenso.
Altri spettacoli in cui hai recitato?
“L’anima buona” con Monica Guerritore, co-protagonista con lei, e la regia di Strehler. “Che disastro di commedia”, con la regia di Marc Bell.
Su Tik Tok spopolano tanti giovani attori comici. Viene richiesto oggi di fare video per i social?
Sempre. Dovunque vado mi chiedono “fai un video simpatico”. Poi massimo un minuto. Questa fretta porta poi a non ascoltare più le storie.
Quanto riescono a guadagnare?
Per una storia Instagram che dura 24 ore, giovani attori guadagnano anche 20 mila euro. C’è chi ottiene fino a 5mila euro al mese.
Tu ne fai di reel?
Uso i social semplicemente per quello che penso dovrebbero essere, cioè pubblicità. Ma non ne faccio un lavoro. Non sono, però, di quelli che ti dice “eh no, Tik Tok sta rovinando tutto”. Perché poi il talento esce fuori pure da là. Io probabilmente ho un'altra tipologia di comicità che magari “sbatte” con i social oppure banalmente non l'ho mai voluta approfondire.
Preferisci la fisicità scenica?
Banalmente ho bisogno del pubblico. Con i social sei di fronte al cellulare. Io invece prendo energia dal pubblico, dall'altra persona. Per me il teatro è sempre uno scambio, in quel caso è uno scambio con il telefono. Una solitudine strana, che ho cercato di raccontarlo nel cortometraggio “Internet sparito”.
Chi fa questi reel non diventa un po' schiavo dei social?
Con “internet sparito” ho vinto tanti premi e sono andato ai vari festival. Per presentare il corto spesso venivano dei tik toker (che economicamente guadagnano magari anche più di me). Cosa succedeva? Non riuscivano ad entrare in empatia. Parlavano attraverso uno schermo, cioè in quarta parete. Entravano in modalità performance, trascurando il pubblico. Davanti al cellulare non c’è nessuno che ti risponde.
Un conto è l'attore che si è convertito, altro è l'attore nativo tik toker.
È una questione di linguaggio. Anche quando fai cinema capita che ti senti dire “sei troppo teatrale”. Il linguaggio cinematografico è diverso e anche quello televisivo. E così per i social è un altro ancora.
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