immagine Iran, la morte di Khamenei: applausi alle finestre e sogni di libertà. «All’alba ci siamo messe tutte a ballare»
  • di Laura Pace
  • domenica 1 marzo 2026, 15:04

Iran, la morte di Khamenei: applausi alle finestre e sogni di libertà. «All’alba ci siamo messe tutte a ballare»

«Appena abbiamo visto gli aerei ci siamo messe a ballare dentro casa. Era l’alba. Poi siamo corse fuori in strada». Così racconta Niloufar, 29 anni, infermiera in un ospedale pubblico di Teheran. La voce è tesa, ma in quelle parole c’è anche tanta speranza. «Abbiamo gridato “Azadi, Azadi”. Libertà, libertà. Poi abbiamo fatto la doccia e indossato i vestiti migliori. Alcune di noi hanno scelto abiti neri, come per un lutto. Se dobbiamo morire sotto le bombe o per mano del regime, vogliamo essere pronte per essere seppellite con dignità». In tarda serata, arriva poi la notizia tanto attesa, accolta dagli applausi. «Le finestre si sono aperte, la gente ha iniziato a battere le mani, a gridare dai balconi. Dicevano che l’ayatollah Ali Khamenei era stato ucciso». Comincia così il racconto della guerra per le strade di Teheran: non con una piazza in subbuglio, ma gesti intimi. Togliersi il velo all’alba, sciogliersi i capelli sulle spalle, scegliere cosa indossare. Prepararsi. Anche se è vietato e se si rischia la fustigazione - o peggio il carcere-, in Iran si canta e si balla. Mentre sopra le città passano gli aerei, americani e israeliani. Ma non è una festa. È la guerra. Niloufar dice che l’urlo di libertà si è diffuso in più città contemporaneamente. «A Teheran, ma anche a Shiraz, a Rasht, a Isfahan. Sembra che il Paese abbia deciso di non mollare, di restare unito».

Sopravvivere

Non tutti però scendono in strada. «Molti hanno chiuso la porta e si sono organizzati», racconta. «Abbiamo fatto bunker sotto le scale. E messo insieme i viveri che compravamo da giorni: acqua, biscotti, medicinali. Ho tolto le cornici dai muri per evitare che il vetro esploda. Ho sigillato le finestre. Nessuno ci ha dato istruzioni ufficiali. Ce le siamo date tra di noi, sui social. Poi la linea è saltata. Io riesco a comunicare grazie a Starlink, ma tanti sono isolati». Il pensiero che circola tra i suoi amici è netto, anche se non unanime. «Per molti non è un attacco all’Iran. È un aiuto contro il regime. Dicono: eravamo senza armi, ora qualcuno colpisce al posto nostro». A Teheran vive anche Luisa (nome di fantasia per proteggere la sua identità). Lei è italiana, vive nella capitale da qualche anno e fa l’insegnante di lingue alla scuola italiana in centro. È sposata con un iraniano e ha due figli. Non può dare ulteriori dettagli per la sua sicurezza e quella della famiglia. «Posso solo dire che siamo tutti al sicuro perché abbiamo creato dei rifugi in casa. Qui non si sente nulla. Le esplosioni sono state soprattutto nel centro città, in periferia si sentono poco. Sono rientrata a casa non appena ho percepito il pericolo. Stavo andando a scuola. Poi sentito il primo boato ho corso per tornare indietro». La sua voce è ferma. «C’è chi è contento e chi no di questo intervento esterno. Come sempre. Perché la guerra è guerra. Io spero che finisca presto. Dobbiamo lavorare. Così non si può andare avanti».

Il blocco

Il blocco delle comunicazioni pesa quasi quanto i bombardamenti. Azadeh Oghba, architetta e artista iraniana che vive a Bologna, tiene il telefono da ieri in mano. La sua famiglia è tra Teheran e Shiraz. «Io sono sempre stata contro la guerra», dice. «Ne ho sempre avuto paura. Ma questa volta si aspettava. Il regime sta soffocando il popolo da mesi».

«L’ultima volta che ho sentito la mia famiglia è stata ieri sera. Mia madre ha tolto i vasi di cristallo dai tavoli, e protetto le finestre, mentre eravamo in videochiamata. Le ho detto: “mettiti ora sotto le scale, tieni acqua e coperte pronte e resta lì”». Anche il fratello di Azadeh vive nella capitale: «Alle sei del mattino mi ha scritto di non preoccuparmi. Un’ora dopo hanno sentito le esplosioni. Diceva che sembravano botti di Capodanno, non il boato assordante che temevano. Lui ha già fatto il pieno di benzina alla macchina, è pronto a scappare se la situazione dovesse peggiorare. Ma sotto le bombe nessuno si muove per strada». Internet intanto va e viene. La televisione di Stato non dà allarmi. «Nessuna sirena, nessuna istruzione», racconta Azadeh. «La gente non sa se restare in casa o scendere in strada. Eppure molti restano fuori, come se volessero guardare in faccia quello che sta succedendo». Per l’Iran si annunciano giorni lunghi: nelle case si balla per non cedere alla paura, mentre fuori il cielo è un campo di battaglia.

  • Annunci correlati

Trilocale, viale Aurelio Saffi

1.400 €
Affitto Trilocale a Roma (RM)
102 m2 3 stanze 2 bagni TRASTEVERE: ELEGANTE PIANO RIALZATO CON GIARDINO APPENA RISTRUTTURATO UBICAZIONE: centrale e servita dalle principali infrastrutture urbane e di quartiere (stazioni FS e Metro...

IlMessaggeroCasa.it