- giovedì 5 marzo 2026, 00:04
Base italiana in Iraq colpita dai missili iraniani, i nostri soldati nei bunker a Camp Singara: il nuovo fronte di Erbil
Al confine della grande base di Camp Singara, sulla strada che porta alla pista degli elicotteri, svettano e ruotano i missili Patriot americani. Radar sempre in funzione e armi cariche. «Questi sono i nostri angeli custodi», dicevano i soldati italiani, che con i colleghi americani condividono la vita in un compound in fase di allargamento: «Sono pronti e questo ci rassicura, ma speriamo che non sia necessario azionarli». E invece quel momento è arrivato, perché la notte di Erbil si è illuminata di fuoco. E le foto satellitari pubblicate sui social dai pasdaran mostrano quattro edifici centrati in pieno e ovviamente distrutti. Ma per fortuna sul fronte opposto rispetto ai container in cui abitano - e ora si rifugiano - gli uomini dell’Esercito italiano.
Le bombe che arrivano qui partono direttamente dall’Iran, ma in parte vengono fatte decollare dalle milizie che dal nord dell’Iraq tifano e combattono per Teheran. Guerriglieri armati dagli ayatollah e che da qualche anno sono rimasti orfani del supporto dell’Isis, che proprio da queste parti aveva creato la sua capitale. Mossul non è lontana, ma Erbil è davvero un altro mondo. Perché a combattere contro i tagliagole dello Stato islamico erano scesi in prima linea proprio i Peshmerga, i soldati di questa fetta di Kurdistan, una regione autonoma dell’Iraq che ha avviato un percorso di sviluppo (anche) economico parecchio diverso dal resto del paese che fu nelle mani di Saddam.
La missione
I grattacieli di Erbil ricordano Dubai, le attività economiche sfruttano a dovere la presenza internazionale. Soprattutto quella militare. Gli americani sono arrivati qui proprio nel 2014, ai tempi in cui i terroristi islamici avevano tentato di organizzarsi in uno stato autonomo, ricattando il mondo con la minaccia di far esplodere la grande diga di Mossul. E in questo nuovo inferno sono schierati anche gli italiani: poco meno di 400 uomini che abitualmente addestrano i militari curdi e che ora vivono dentro ai bunker. Quattro giorni di misure di sicurezza rafforzata, una serata di terrore ieri. Dopo il black-out che ha paralizzato tutto l’Iraq proprio sui cieli di Erbil è iniziata la pioggia di fuoco.
«Nessuno è stato coinvolto», fanno sapere dal governo. Ma si era capito fin dal secondo giorno di questa terza Guerra del Golfo che la zona di Erbil potesse essere un bersaglio facile. Quasi scontato. Non solo per la vicinanza con il confine iraniano, sia perché quella base rappresenta un simbolo. La bandiera che svetta più in alto è quella degli Stati Uniti e proprio in quella struttura affinano le loro tecniche i poliziotti e i militari che dieci anni dopo impediscono che il califfato risorga dalle proprie ceneri. Clima sempre sereno, militari ben accolti dalla popolazione, intesa perfetta tra la Difesa italiana e il governo di Baghdad, nonostante qualche ventata di antiamericanismo che per un certo periodo ha rischiato di far arrivare l’ordine di sgombero. Ma gli uomini della missione “Prima Parthica” sono rimasti qui, per continuare quell’impegno con il governo di Baghdad e il governatorato autonomo di Erbil. Ora il momento più difficile.
I fronti
Come lo è per quelli schierati in Kuwait, nella base aerea di Ali Al Salem. Per l’Italia è una postazione strategica, quasi una propaggine della base di Erbil, ma anche un vero e proprio hub che consente allo Stato Maggiore della Difesa di far atterrare gli aerei che trasportano i militari da far arrivare in quasi tutte le basi del Medio Oriente. Uomini ma anche materiali, almeno quelli che possono viaggiare sui cargo. Perché per gli altri ci sono le navi.
In Kuwait, dove i militari italiani hanno visto con i loro occhi gli effetti di un attacco potentissimo e dove i danni hanno riguardato anche una parte della struttura gestita dalla nostra Difesa, il lavoro quotidiano comprende anche la difesa aerea e una serie di operazioni di sicurezza che hanno ancora l’obiettivo di prevenire la ripresa dell’attività dell’Isis. Un quadro solitamente tranquillo, rotto dai lanci di missili iraniani: un piano di attacco scattato all’indomani del blitz congiunto degli Stati Uniti con Israele anche perché la parte militare dell’aeroporto di Kuwait city, proprio come Erbil, è gestito proprio dal Pentagono.
A guardare la mappa e le zone bersagliate in questi giorni dall’Iran e dalle milizie che ancora sostengono gli ayatollah, anche l’Italia si ritrova in una specie di prima linea. E anche sul fronte opposto, quello del Libano, dove l’attacco di Israele contro Hezbollah ha fatto nuovamente esplodere anche quell’inferno. E in mezzo, proprio al confine, ci sono proprio i caschi blu italiani.
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