- mercoledì 7 agosto 2024, 07:00
L'editoriale del direttore Roberto Napoletano: l'ottimismo italiano e la partita europea da giocare al meglio
Non si può escludere che i mercati paghino una sopravvalutazione del fenomeno americano perché si sta scontando una previsione di crescita molto ottimista per gli Stati Uniti messa in crisi da un solo dato non bello che riguarda il lavoro. Certo se questo dato non bello si confermasse e si estendesse, allora il rischio che l'economia americana entri in recessione uscirebbe dal mondo delle ipotesi e comincerebbe a diventare realtà, ma allo stato attuale non è così.
Per ora siamo davanti a un solo numero meno buono del previsto che ha avuto negli Stati Uniti meno contraccolpi che altrove. Piuttosto emerge un tema vero di sopravvalutazione dell'intelligenza artificiale e di dubbi sulle big tech. L'Europa, di suo, non cresce molto, abbiamo festeggiato una ripresa nel secondo trimestre dello 0,3% che è dovuta in buona parte all'Irlanda e al fatto che molte multinazionali hanno trasferito i profitti delle loro controllate in quel Paese. Si tratta, insomma, di prendere atto che l'economia reale irlandese è poca cosa e che gran parte della sua economia è trainata dai profitti delle multinazionali fabbricati altrove. Per cui, al netto di questa anomala influenza irlandese, l'economia europea viaggia in quel trimestre a un +0,2%.
La verità è che non cresce la Germania e soffrono i suoi Paesi satelliti e che l'Italia sta andando meglio della media europea, dopo quattro anni e passa di primato di crescita nel Vecchio Continente, ora condiviso con la Spagna. Se non fosse così, se Italia e Spagna non andassero come vanno, sarebbero guai per tutti. Ha ragione Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo, a sostenere, come ha fatto ieri nell'intervista al nostro giornale, che siamo un valore aggiunto per l'Europa nonostante i postumi negativi della distorsione superbonus e grazie agli investimenti del Pnrr e a una forte crescita di servizi e turismo che affiancano il dinamismo delle esportazioni delle nostre imprese.
Perché i numeri ci dicono che sono sei/sette trimestri consecutivi che l'Europa non è entrata in recessione, ma di fatto ristagna, mentre l'Italia continua a crescere un pochino in più della media europea visto che si conferma primo Paese esportatore per crescita e che la diversificazione della sua economia con una ottima performance di turismo, servizi ed esportazioni è ormai diventata un fattore strutturale. Facciamo più esportazioni degli altri e investiamo di più pure dopo il rimbalzo drogato da superbonus delle costruzioni e, anche se scontiamo un apporto minore dell'industria, sono ormai un paio di mesi che la stessa industria sul piano congiunturale sta recuperando.
Il punto di fondo, però, è che se l'economia italiana è oggettivamente un valore aggiunto per l'Europa perché si confronta con una Francia che sprofonda in una crisi politica e di debito crescenti, la cosa per noi più delicata è che la difficoltà della Germania rischia di assumere le dimensioni di un problema vero per l'Europa e, di riflesso, anche per noi.
Perché molta della nostra manifattura del Nord vive di semilavorati per la manifattura tedesca e la domanda è: «a chi li vendiamo i cerchioni e i volanti made in Italy?» I fatti di oggi, in una disanima comparata oggettiva, ci dicono che se si fermano Germania e Usa è evidente che sono problemi, ma che è anche altrettanto evidente che il quadro italiano è invece quello di un moderato ottimismo fondato su elementi oggettivi. Questo non può non riconoscerlo chi non si nutre di pregiudizi. Le forze produttive e il governo dell'economia hanno dimostrato di sapere fare meglio degli altri.
Per cui, a nostro avviso, è davvero arrivato il momento di non farsi prendere dall'ombelico della polemica quotidiana italiana, del presente o del passato che torna, ma di fare valere in Europa il fatto, altrettanto indiscutibile, che l'Italia esprime uno dei pochi leader politici che ancora stanno in sella mentre la leadership tedesca vive sulla sua pelle una doppia crisi pesante, economica e politica, e Macron in Francia, oltre ad avere portato il suo Paese per la prima volta in una situazione di instabilità, sconta giorno dopo giorno difficoltà crescenti che ne logorano la leadership in casa e fuori.
Chi guida oggi l'Italia ha un'opportunità storica irripetibile e, per sfruttarla al meglio, deve guardare sempre più alle cose grandi per dire la sua ed avere seguito senza farsi risucchiare dalle cose piccole interne o, per lo meno, consentendolo in misura sempre meno avvolgente. Oggi l'Europa ha bisogno della leadership italiana del G7 che parla al mondo e che deve giocare la partita europea con persone di peso all'altezza della complessità del quadro internazionale e del fondato ottimismo del quadro italiano. Questa, non altre, è la partita decisiva.
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