immagine Perché senza nucleare l’Italia rischia di perdere il treno dell’intelligenza artificiale
  • di Guido Boffo
  • martedì 2 giugno 2026, 16:13

Perché senza nucleare l’Italia rischia di perdere il treno dell’intelligenza artificiale

Perché non possiamo fare a meno del nucleare se non vogliamo perdere il treno dell'intelligenza artificiale? Alla Camera comincia una nuova stagione per l'atomo italiano: il superamento dei due referendum che bloccarono lo sviluppo di questa fonte energetica come reazione agli incidenti di Chernobyl e Fukushima. L'esame del disegno di legge delega, che conferisce al governo il potere di reintrodurre l'energia atomica nel nostro mix, non è solo un salto tecnologico ma soprattutto psicologico. Il Paese è chiamato a liberarsi di un tabù e prendere coscienza che la possibile svolta - o ripensamento - riguarda la nostra indipendenza economica, le prospettive di sviluppo e crescita. In una parola la nostra capacità di agganciare il sistema produttivo al treno dell'intelligenza artificiale.

Perché l'IA consuma, i data center consumano e i supercomputer non sono da meno. Ma, come ha sottolineato il governatore della Banca d'Italia nell'ultima relazione, non possiamo rinunciarvi se vogliamo proiettarci nel futuro. Per anni la domanda elettrica italiana è rimasta compressa: all'appiattimento della curva hanno contribuito la crisi finanziaria del 2008, l'emergenza Covid e probabilmente la progressiva deindustrializzazione del nostro Paese. La mobilità elettrica non ha seguito i ritmi auspicati. E, dunque, il problema che abbiamo rimosso rischia di presentarsi adesso, con l'IA e le infrastrutture che la sostengono, estremamente energivore. Una IA Factory, al pari di quella costruita attorno al polo di supercalcolo di Bologna, può richiedere 40-50 megawatt. Una Gigafactory può arrivare a 100 megawatt. Per capire cosa ci aspetta, è istruttivo l'esempio dell'Irlanda, il principale hub europeo dei data center che assorbono il 21% del consumo elettrico locale.

L'intelligenza artificiale si alimenta di energia in due modi: nell'addestramento dei grandi modelli e nell'inferenza, vale a dire nelle interrogazioni cui sottoponiamo quotidianamente i nostri chatbot. D'altra parte, i data center hanno bisogno di energia continua (condizione che le rinnovabili, da sole, non sono in grado di soddisfare), scalabile (cioè in grado di assecondare la loro crescita), disponibile a prezzi stabili (mentre le quotazioni di petrolio e gas, come vediamo, sono molto volatili) e de-carbonizzata (per evitare che l'IA entri in tensione con la transizione green). Il nucleare è una delle poche fonti in grado di tenere insieme questi requisiti, perché offre una produzione programmabile e a basse emissioni. Inoltre non sostituisce le rinnovabili ma può accompagnarle, funzionando da ottimizzatore del sistema. In che modo? Al di là degli ostacoli autorizzativi che stanno incontrando, le rinnovabili producono in modo variabile. Il fotovoltaico, per esempio, può generare sovrapproduzione nelle ore centrali della giornata e insufficienza in altre fasce: occorre bilanciare domanda e offerta e il nucleare viene considerato un fattore di stabilizzazione dentro un paniere più ampio. Secondo i modelli elaborati da Nuclitalia - la società costituita da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, per studiare le tecnologie avanzate e le opportunità di mercato dei piccoli reattori modulari - lo scenario energetico con il nucleare produce un sistema più efficiente e un costo complessivo dell’energia inferiore. Anche sottoponendo il modello a stress test, cioè aumentando il costo del nucleare o spostando l'obiettivo net zero al 2060, il nucleare resta nel mix, magari con una quota ridotta, ma non scompare.

L'Italia, come noto, ha un problema con l'indipendenza energetica e la bolletta, tra le più alte in Europa anche per la componente fiscale. Un fardello che costringe le nostre imprese a competere con l'handicap. Stiamo affrontando l'attuale congiuntura geopolitica diversificando l'import, ma in prospettiva dobbiamo puntare a filiere energetiche meno esposte a guerre e crisi internazionali. L'atomo, da questo punto di vista, cela un paradosso. Nonostante non siamo un Paese produttore, conserviamo una filiera rilevante: aziende, ricerca, università, ingegneri nucleari, partecipazione a progetti internazionali. Abbiamo un know-how, cioè conoscenza e strumenti. Secondo gli operatori del settore, l'Italia è la seconda industria nucleare europea dopo la Francia, le cui centrali operano a ridosso dei nostri confini. Tra dieci anni, se la ricerca, lo sviluppo e l'iter normativo rispetteranno il cronoprogramma, saremmo in grado di alimentare un circolo virtuoso. Perché l'intelligenza artificiale non consuma soltanto ma potrebbe offrire soluzioni a problemi di gestione dell'energia: quanto produrla, dove portarla, in quale momento, con quali priorità. E ridurre le inefficienze, ottimizzando la domanda dei data center e la manutenzione predittiva della rete; bilanciando produzione, accumulo e consumo; riducendo la volatilità dei prezzi.

Sullo sfondo resta un nodo: chi paga l'adeguamento del sistema? Perché non si tratta solo di costruire data center o centrali. Bisogna rafforzare reti, trasformatori, stazioni, accumuli, connessioni, infrastrutture digitali, sistemi di sicurezza e capacità regolatoria. Se questi costi vengono scaricati su fiscalità generale e bollette, il consumatore si accollerà una parte della crescita delle piattaforme tecnologiche. Se vengono caricati esclusivamente sugli operatori privati, questi si sposteranno dove vengono garantiti margini più alti. Ma quello che Stefano Besseghini, fisico ed ex presidente di Arera, definisce l'AI-Energy Nexus in sostituzione del Water-Energy Nexus, vale a dire il nuovo intreccio tra intelligenza artificiale ed energia, in prospettiva anche quella nucleare, non è solo un matrimonio di interesse (ed efficienza). È innanzitutto il passo, non più rinviabile, verso un'effettiva sovranità dei dati.

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