- mercoledì 17 luglio 2024, 08:12
«Filiere forti e innovazione, l'export del Mezzogiorno vince in competitività»
Riccardo Monti, manager di lungo corso, già alla guida di Ice, Italferr, Grandi Stazioni, oggi tra i soci onorari di Comitato Leonardo, presidente di Triboo e vicepresidente di Hig: basta un export robusto per dire che il Sud ha fatto il grande salto? È un fenomeno transitorio o ci sono le basi per una prospettiva di lunga durata?
«Gli ultimi dati Ice confermano la forte performance dell'export del Mezzogiorno e questo in un panorama internazionale caratterizzato da profonde crisi geo-politiche nel 2023 che nel complesso hanno fatto registrare un arretramento globale del 4,4%. In tale contesto l'Italia ha tenuto con 626 miliardi di export e 117 miliardi di surplus commerciale manifatturiero (al netto della bolletta energetica). L'Italia ha superato la Corea ed è diventato il quinto esportatore mondiale, escludendo i Paesi Bassi le cui esportazioni sono costituite in gran parte da merci in transito nei suoi mega porti più che da un effettivo export di questi paesi. In tale ottica, dunque, il risultato in termini di export, conseguito dal Mezzogiorno, acquisisce un valore ancora più ampio».
Quali fattori hanno determinato questo successo?
«Va detto che il traino è essenzialmente di Campania e Puglia. Oggi l'export del Sud vale intorno all'11% e acquisisce un'importanza anche maggiore se si calcola tale risultato in rapporto a una forte sofferenza del settore petrolifero concertato in Sicilia e Sardegna. Ma ci sono importanti segnali di ripresa anche in Basilicata e nella stessa Calabria».
Che cosa sta funzionando e quali sono le criticità?
«Innanzitutto le filiere forti. Settori strategici per il Mezzogiorno come l'agri-food, il farmaceutico, l'aerospazio, le digital technology stanno facendo la differenza. E anche i dati del 2024 stanno confermando una crescita di circa il 6% della export meridionale. Tutto questo è sufficiente per dire che la sfida è vinta? Certamente no o, almeno, non ancora. Il Sud detiene ancora un fortissimo potenziale che va sfruttato a pieno».
La prossimità fisico-geografica dei destinatari delle esportazioni è un vantaggio o è un limite?
«Esportare verso i vicini Paesi europei dà vantaggi al nord in termini di sostenibilità dei costi. Ma è chiaro che la centralità del Mediterraneo è l'elemento trainante per ampliare i mercati e farlo con una dotazione infrastrutturale di assoluto livello costituisce l'asse di riferimento per una sempre maggiore competitività».
Che cosa manca ancora per superare l'asticella?
«Oggi i due grandi snodi delle esportazioni globali sono in crisi: vale per Panama e per Suez. Si è finalmente compreso che il Mediterraneo gioca un ruolo strategicamente imprescindibile e su questo mega-trend a partire dall'intermodalità, ma poi anche sul versante dell'innovazione tecnologica, delle infrastrutture e della logistica si stanno convogliando gli investimenti necessari per consentire al Sud di competere».
Che cosa è cambiato nell'approccio - dalla politica all'imprenditoria - verso il Mezzogiorno?
«Hanno contribuito varie componenti. Non c'è più quel timore, in passato paralizzante, di investire al Sud: questo è stato uno dei fattori frenanti della crescita. L'altro tema vincente è dato dall'organizzazione in filiere forti e strutturate. Poi una spiccata vocazione all'innovazione e alla digitalizzazione che ha favorito l'apertura verso i mercati globali. E, infine, ma è probabilmente l'elemento più importante, la maturità di una classe imprenditoriale che ha riscoperto il senso di appartenenza e che, dopo 30 anni, ha capito l'importanza di puntare sul Sud anche come argine al costante crollo demografico».
Quali consigli darebbe a un giovane imprenditore del Mezzogiorno?
«Tre stelle polari: pensare su scala internazionale e globale; comprendere i mega-trend sui flussi di mercato; puntare sul Made in Italy come fattore di crescita e di rilancio».
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