- domenica 16 giugno 2024, 08:00
G7 Puglia, l'editoriale del direttore Roberto Napoletano: la regia della Meloni dello Stato imprenditore che difende l'interesse italiano
Dal G7 di Borgo Egnazia, in Puglia, va colto un dato strategico che sembra sfuggire a molti osservatori e riguarda direttamente Giorgia Meloni. Ha avviato di fatto una nuova governance di un consesso internazionale in crisi ormai strutturale aprendolo il più possibile a Capi di Stato e di governo del nucleo allargato dei Paesi Brics, pensiamo a India e Brasile prima di tutto, e a quelli africani e del Mediterraneo allargato. Ha così picconato un muro divisorio, che non ha più ragion d'essere in termini di popolazione e di Pil, tra Nord e Sud del mondo. Un muro che, lasciato in piedi, apre scenari inquietanti sugli equilibri mondiali dove autocrazie e democrazie vivono la lunga stagione delle guerre militari, energetiche, civili e della grande crisi demografica.
Soprattutto, però, attraverso questa scelta, che avvicina Giorgia Meloni alla visione dei Padri fondatori dell'Europa - Adenauer, Schuman e De Gasperi - ovviamente in un contesto del tutto differente, la nostra premier ha svolto, anche qui di fatto, un ruolo di regista dello Stato imprenditore italiano secondo le regole del mercato che difende l'interesse nazionale nell'arena profondamente mutata della concorrenza globale. Proprio come ha saputo fare la Francia nelle sue stagioni migliori che appartengono al passato. Oggi il gioco d'azzardo di Macron è un problema serio per l'Europa intera di cui è giusto che paghi il conto chi lo ha provocato, l'Eliseo e l'economia francese già malmessa, non Paesi stabili con un'economia in crescita, posizione finanziaria netta positiva, primati dell'export, come è l'Italia di questa stagione.
Questo punto di assoluta rilevanza politico-economico che riguarda il ruolo di regista dello Stato imprenditore di Giorgia Meloni è passato quasi inosservato, ma a nostro avviso è il punto più alto di quella strategia da sistema Paese che, tranne casi rari, è quasi sempre mancata all'Italia e che ha pesato a sfavore delle nostre grandi imprese globali, lasciandole orfane di una forza politico-istituzionale-internazionale alle spalle che hanno invece sempre avuto le consorelle francesi e tedesche. Non è impresa da poco mettere intorno a uno stesso tavolo, come ha fatto la premier italiana, Biden, Lula, i capi del Giappone e delle grandi democrazie occidentali, dell'Unione Africana, dell'Argentina e così via. Il numero uno mondiale di BlackRock, Larry Fink, e di Microsoft, Satya Nadella, insieme con i capi azienda di Enel, Flavio Cattaneo, di Eni, Claudio Descalzi, e di Cassa Depositi e prestiti (Cdp), Dario Scannapieco, e con chi guida le grandi banche multilaterali e di sviluppo.
Dobbiamo dircelo chiaro chiaro. Intorno a quel tavolo non si è fatta accademia come non lo si è fatta prima e non lo si farà dopo. Perché, solo a titolo di esempio, per l’Enel avere il rinnovo delle concessioni con il Brasile prevalendo sul concorrente interno non sono bazzecole e lo stesso vale per l’Argentina. Stiamo parlando di qualcosa che quota 30 miliardi in tutto il Sud America, di cui 13,5 solo in Brasile che per loro sono 70 miliardi di Reais. Sono tutto o quasi.
Portare scuola e formazione in Marocco significa fare un grande investimento sul futuro con quello spirito non predatorio che è l'unico per riuscire a sottrarre il continente della speranza, che è l’Africa, per le sue forze giovanili e i tesori di materie prime, come tutto il Mediterraneo allargato, dal giogo opprimente dei vecchi colonialismi francese e inglese e di quelli nuovi, affermatisi con le armi dei russi e i soldi a usura dei cinesi.
L’Enel, per capirci, potrà contribuire a formare “competenze specialistiche” nel mondo del futuro in quanto è il primo operatore globale nel settore delle energie rinnovabili e della distribuzione di elettricità, presente in 28 Paesi, cinque Continenti. Le “emissioni zero” hanno raggiunto l’82% del totale e in Marocco, Sudafrica e Zambia sono già stati investiti 2,5 miliardi nelle rinnovabili. Un pacchetto di progetti innovativi riguarda la produzione di idrogeno verde in Tunisia in partenariato con l’Eni. Che, a sua volta, ha programmi molto ambiziosi in Kenya e in altri 12 Paesi, che spaziano dal gas alla produzione di olio vegetale per alimentare le nostre bioraffinerie e la decarbonizzazione del settore dei trasporti, ma che si segnalano soprattutto per fare quello che prima non ha mai fatto nessuno e, cioè, la scelta strategica di lasciare agli africani l’80% del gas prodotto e di tutto ciò che si trova e si lavora. La nostra Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) ha ora tutte le carte in regola per esprimere, a botte di circa 10 miliardi di euro di risorse pubbliche gestite ad hoc, la sua potenza di fuoco e agire a tutto campo dal lato della finanza e dell'industria nei Paesi in via di sviluppo.
Sono tutte partite del futuro e commesse miliardarie del presente che portano ricchezza e lavoro in Italia. Perché le tasse si pagano in casa nostra aumentando le entrate e, quindi, il prodotto interno lordo (Pil). Perché si crea nuova occupazione di qualità in Italia e si offrono altrettante opportunità fuori casa. Perché si costruisce su basi paritetiche un'alleanza di ferro con il Sud del mondo che è destinato a diventare il Nord del mondo a causa dei carri armati di Putin in Ucraina che hanno spezzato i fili dell’ex asse dominante Est-Ovest indebolendo la Germania e del nuovo contesto geopolitico segnato anche dagli orrori del Medio Oriente. Si sono riconfigurate le catene mondiali della logistica e sono cambiati i punti cardinali della nuova cartina dei grandi deal del futuro che oggi ruotano intorno alle due sponde del Mediterraneo.
È cambiato tutto, o quasi. Il merito di Giorgia Meloni è quello di averlo capito prima degli altri e di avere tradotto questa intuizione strategica nel Piano Mattei che fa oggi scuola in Europa e in America. Però, quella regia che appartiene alla grande diplomazia politica internazionale a tutela degli affari nazionali e che si è percepita pubblicamente intorno a un tavolo di legno di ulivo di Borgo Egnazia così bello da rimanere scolpito nella memoria di tutti i potenti della terra, credetemi, vuol dire per questo Paese ancora di più. Molto di più. Perché esprime qualcosa che si era vista prima solo poco e male. Prendiamone atto tutti di questo grande lavoro per l’economia del nostro Paese e cerchiamo di capitalizzare questo valore anche come argine alle derive ideologiche che impediscono di vedere i risultati raggiunti e bruciano il capitale della stabilità a favore di profittatori e di chi sta peggio di noi. Almeno questo impegno sarebbe bene che tutti in casa lo facessero proprio.
P.S. Il “Borgo globale” della Puglia, per usare un'espressione di Giorgia Meloni che sprigionava orgoglio, nella conferenza stampa di chiusura è espressione di un territorio che ha avuto la maggiore crescita di Pil dal post Covid a oggi nell'area dei Paesi del G7. A rivelarlo in anteprima è stato questo giornale e questo dato fa parte di quel cambio documentale di narrazione che la scelta del premier di Borgo Egnazia come sede di un appuntamento internazionale così importante aiuta a costruire. Questo tipo di operazione vale molto di più di battaglie che appartengono a un passato di piagnisteo che ha fatto e fa molto male al nostro Mezzogiorno.
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