immagine Iran, esercitazioni con Cina e Russia a Hormuz. Khamenei: «La portaerei Usa potrebbe essere affondata»
  • di Dam.La.
  • martedì 17 febbraio 2026, 18:18

Iran, esercitazioni con Cina e Russia a Hormuz. Khamenei: «La portaerei Usa potrebbe essere affondata»

Il contesto geopolitico globale si arricchisce ancora una volta con un nuovo significativo capitolo nel cuore nevralgico del commercio marittimo mondiale, dove le acque dello Stretto di Hormuz, la "Via del Petrolio" oltre la Via della Seta, sono divenute lo scenario principale delle esercitazioni navali trilaterali, coordinate da Cina, Russia e Iran, denominate Maritime Security Belt 2026.

Questo immenso e imponente dispiegamento di forze, avviato ufficialmente dalla Marina e dalla Forza Marina dei Pasdaran, la NEDAJA o NEDSA, della Repubblica Islamica dell'Iran, vede la partecipazione coordinata delle marine militari della Federazione Russa, la Voenno-Morskoj Flot, e della Repubblica Popolare Cinese, la Zhōngguó Rénmín Jiěfàngjūn Hǎijūn, sancendo una cooperazione, pragmatica più che affine ideologicamente, che si rinnova annualmente dal 2019 su iniziativa delle richieste di Teheran.

Come sottolineato dal segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, Nikolai Patrushev, gli obiettivi dichiarati dell'esercitazione, nonché della missione strutturale che funge da sottotono, includono il rafforzamento della sicurezza marittima collettiva, il contrasto alla pirateria e al terrorismo internazionale, nonché il perfezionamento delle operazioni di soccorso e salvataggio coordinate tra le tre nazioni.

L'operazione non è una mera dimostrazione di forza tecnica, né tantomeno il rumore di un petto che batte sotto il suono del machismo, ma rappresenta un impegno strategico per la protezione delle rotte commerciali internazionali, in un'area dove transita circa un quinto del fabbisogno globale di petrolio e di gas liquefatto. 

La fase delle esercitazioni e i paesi squali nelle acque di altri squali 

La fase operativa ha assunto toni di distinta e speciale urgenza con la chiusura, seppur solo parziale e temporanea, dello Stretto di Hormuz, annunciata dall'agenzia di stampa iraniana Fars, organo storicamente vicino al, nonché spesso stretto collaboratore del, Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.

La chiusura, giustificata ufficialmente e ufficiosamente con la necessità di rispettare dei severi e rigorosi principi di sicurezza e regole di navigazione durante le manovre, si inserisce in un quadro di esercitazioni già avviate dai Pasdaran sotto il nome in codice di "Controllo Intelligente dello Stretto di Hormuz". La tempistica saettante di queste invasive manovre militari non è passata inosservata sotto gli occhi dei più attenti analisti internazionali, dato che l'inizio delle operazioni è coinciso con la vigilia del "secondo round" di colloqui indiretti tra Teheran e gli Stati Uniti d'America previsti a Ginevra e mediati dall'Oman.

Questa coincidenza temporale evidenzia la volontà dell'Iran di proiettare un'immagine di forza esiziale, se richiesta dalle circostanze d'azione, e controllo capillare del territorio proprio mentre si affrontano delicati tavoli negoziali di cruciale importanza diplomatica, dei tavoli incentrati soprattutto sull'analisi del dossier sulla controversa "Questione Nucleare Iraniana", negli anni affrontata in ottica predatoria da USA e Israele che chiedono l'annullamento totale del 60% di materiale atomico in possesso della Repubblica Islamica.

La volontà primeva è non solo quella di dimostrare che un'alleanza può essere unica e trina sulla base di una legge di scambio equivalente, ma anche quella di mettere pressione politica sulle parti "avverse" che si trovano sulla sponda del tavolo diplomatico immediatamente frontale a quella occupata da Teheran.

L'iniziativa "Marine Security Belt" nasce formalmente nel dicembre 2019, quando per la prima volta le marine di Iran, Cina e Russia si riunirono nel Golfo di Oman e nell'Oceano Indiano per una manovra congiunta di quattro giorni. Quell'evento segnò un punto di rottura storico, poiché era la prima volta dalla rivoluzione islamica del 1979 che l'Iran conduceva esercitazioni di tale portata con due grandi potenze globali.

L'Operazione è spesso conosciuta con il nome di "Zolfaghar", dal nome della leggendaria spada a due punte dell'Imam Ali, un po' l'equivalente della Durlindana del cavaliere Orlando; si tratta di un nome che, prima di ogni cosa, porta con sé una nomea e una reputazione di potenza e mito.

Se nel 2019 l'obiettivo appariva puramente dimostrativo, le edizioni successive dal 2022, al 2026, hanno mostrato un livello di sofisticazione sempre crescente. Si è passati da semplici manovre di soccorso a complessi scenari di guerra elettronica, attacchi coordinati con droni e difesa contro minacce sottomarine.

Le manovre Zolfaghar servono specificamente all'Iran per dimostrare che, nonostante decenni di sanzioni, la sua industria bellica può produrre cacciatorpediniere, come la classe Moudge, in grado di operare al fianco delle moderne fregate russe e dei colossali cacciatorpediniere cinesi Type 052D. La ricorrenza annuale della Cintura di Sicurezza Marittima è dunque il messaggio plastico di un nuovo asse eurasiatico che non intende più chiedere il permesso per pattugliare le acque che alimentano l'economia mondiale. 

Trasformando queste manovre in una consuetudine, l'Iran ottiene un risultato politico incalcolabile e inquantificabile, ovvero la presenza di navi da guerra russe e cinesi a pochi chilometri dalle basi americane in Bahrain e Qatar diventa "la norma". Per Mosca e Pechino, partecipare ogni anno significa dichiarare al mondo che la loro presenza in Medio Oriente non è episodica, non si tratta di "passare di lì", ma di presidiare stabilmente uno dei tre "choke points" del mondo intero. Questo riduce l'impatto psicologico della presenza statunitense e costringe Washington a ricalibrare continuamente e in maniera del tutto infinita i propri piani di difesa.

Uno sguardo sulle forze dispiegate: davvero solo una dimostrazione? 

Le forze marittime iraniane, attuali protagoniste centrali di queste esercitazioni, si dividono in due rami distinti, ma complementari e coordinati: la Marina regolare, facente parte dell'Esercito Regolare denominato Artesh, e la Marina dei Pasdaran, spesso chiamata Nedsa.

L'Iran ha sviluppato una personale e peculiare strategia di guerra asimmetrica che punta sull'utilizzo di centinaia di motovedette ad alta velocità e accelerazione, come Houdong, le Peykaap II e le MK13, equipaggiate con missili anti-nave, un ingente quantitativo di mine marine sofisticate e una flotta di sottomarini, grandi di classe Tareq e Fateh e tascabili della classe Ghadir, creati appositamente per ottenere la massima efficienza strutturale ed efficacia materiale nelle acque poco profonde, esattamente nel rispetto della morfologia del Golfo Persico, ove risiedono numerossisime navi militati americane.

Negli ultimi anni, tuttavia, Teheran ha investito un grande numero di risorse anche in unità di superficie che passano decisamente meno inosservate, come le cacciatorpediniere della classe Moudge, in cui rientrano la Sahand, la Jamaran, la Dena e la Zagros, quest'ultima entrata in servizio proprio tra il 2025-2026, e navi appoggio di grandi dimensioni in grado di trasportare i droni kamikaze della famiglia Shahed, specie il nuovo tipo 238 a reazione, e unità d'attacco rapido e di ricognizione come i Mohajer-6 e gli Ababil-5, aumentando la propria capacità di proiezione oltre il Mar Arabico. Questa forza asimmetrica trova un complemento strategico nella potenza delle controparti russa e cinese.

Oltre a queste risorse militari, che sembrano dimostrare una potenza senza pari, la Marina iraniana mette in mostra anche i propri missili ipersonici Fattah-1 e Fattah-2, delle armi di distruzione capaci di percorrere, da punto a punto, l'intera distanza dell'Europa a una velocità Mach-15; il missile iperbalistico Khorramshahr-14, spesso denominato "Kheibar", capace di percorrere ben più di 2.000 km e i missili antinave balistici e da crociera Khalij Fars, Noor e Abu Madhi, tutti capaci di coprire e superare i 1.000 km di raggio. 

La Marina russa, sebbene attualmente divisa e impegnata su più fronti, partecipa con le unità della Flotta del Pacifico e della Flotta del Mar Caspio, schierando fregate moderne equipaggiate con missili ipersonici e sistemi di guerra elettronica avanzata. Tra i vari nomi delle navi da guerra impiegate è possibile vedere l'incrociatore da battaglia Admiral Nakhimov, della classe Kirov, recentemente modernizzato con circa 176 celle di lancio verticale, la scorta d'altura con fregate di classe Admiral Gorshkov, le prime ad essere state equipaggiate con missili ipersonici, conosciute spesso con il nome di "Progetto 22350", e quelle di classe Admiral Grigorovich, pronte per affiancare i mezzi pesanti. Assieme a queste imbarcazioni militari imponenti, la Russia di Putin ha schierato anche delle corvette di classe Karakurt e Steregushchiy. 

La vera caratteristica che esprime tutta la pericolosità russa è quella che mette in fila e in mostra i componenti della flotta subacquea della Federazione. La Russia mantiene un vantaggio tecnologico estremamente saldo sui sottomarini: i nuovi sommergibili balistici classe Borei-A, come il Knyaz Pozharsky e l'Imperator Alexandr III, trasportano i raffinati missili atomici Bulava, ordigni da affiancare ai più classici vessilli subacquei d'attacco nucleare di classe Yasen-M come il Kazan e il Krasnoyarsk, piattaforme multimissione estremamente silenziose. Non è ancora chiaro se vi sarà anche la presenza del fiore all'occhiello della marina subacquea russa, il sottomarino Belgorod, progettato per trasportare il missile balistico termonucleare a lungo raggio Poseidon. 

Indipendentemente dalla presenza o meno del Belgorod, la Russia ha schierato, in qualità di "orpelli" dalla natura complementare a quella già mostrata dall'arsenale dispiegato, anche numerosi missili ipersonici e a crociera inseriti sulle proprie navi militari. Il cuore dei suoi missili ipersonici navali è il 3M22 Zircon, capace di volare per oltre 1.000 km alla velocità Mach 9. Per l'arsenale da terra, la Federazione farà affidamento soprattutto sui Kalibr 3M14, sul missile supersonico antinave P-800 Oniks e sul recentemente introdotto Oreshnik, testato in merito di una deterrenza strategica. 

Ultima, ma non per questo elemento superfluo dell'equazione, c'è la Cina che, dal canto suo, rappresenta il colosso industriale del gruppo e la vera Superpotenza Marittima Globale; con la People's Liberation Army Navy (PLAN) che è oggi, per numero di navi, la più grande marina del mondo, Xi Jinping vuole dimostrare di non essere secondo a nessuno. Armate di missili YJ-18, YJ-12 e il missile a lungo raggio ipersonico "Terrore degli USA" D-26, Pechino invia alle esercitazioni, assieme alla sua Portaerei Type 003 Fujian, affiancata dalle più vetuste Type 001 Liaoning e Type 002 Shandong, numerose cacciatorpediniere lanciamissili della classe Type 052D, come il Ganzi, il Loudi e il Tongchuan, altrettante navi d'assalto per le operazioni ibride di classe Type 075 e Type 076, la prima nave d'assalto al mondo progettata esclusivamente per il lancio di droni, e fregate multiruolo, dimostrando una capacità di navigazione globale che punta a proteggere i propri interessi commerciali legati alla Nuova Via della Seta marittima.

In fase avanzata è la progettazione della Type 004, quella che sarà la prima portaerei a propulsione nucleare cinese, tuttavia, nel frattempo, la Cina non dimentica di potenziare le scorte per i colossi navali già esistenti. Affianco alle già citate Type 001, Type 002 e Type 003 sono stati schierati diversi incrociatori di tipo Type 055 e di classe Renhai come il Nanchang e il Lhansa, considerati i più potenti al mondo. 

Sott'acqua, la Cina non è da meno della Russia e dell'Iran e decide di schierare dei sottomarini nucleari d'attacco di tipo Type 093 Shang e di tipo Type 094 Jin, armati con missili JL-3 capaci di viaggiare per più di 1.500 km a velocità Mach 10, e il nuovissimo, introdotto proprio a inizio 2026, Type 041, un sottomarino a propulsione ibrida spinto da un micro-reattore nucleare. 

Resistenza, rivoluzione e possessione: cos'è veramente questo triumvirato?

Le relazioni che legano Russia, Cina e Iran sono state descritte da numerosi osservatori come un asse di resistenza contro l'egemonia unipolare degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali e orientali, come il Giappone e la Corea del Sud.

Il legame tra questi tre Paesi non è solo di natura militare, ma si fonda su una convergenza e un'amalgama inscindibile di interessi economici e strategici di lungo periodo. Per l'Iran, la collaborazione con due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'ONU garantisce una sorta di "protezione diplomatica" e l'accesso a tecnologie militari d'avanguardia necessarie per aggirare le sanzioni.

Per la Russia, la partnership con l'Iran rappresenta un tassello fondamentale per mantenere influenza nel Medio Oriente, già principiata e capillarizzata ai tempi dell'espansione sovietica nelle aree dell'Afghanistan, e per creare un fronte comune che distolga l'attenzione e le risorse occidentali dai propri confini europei.

La Cina, invece, vede nell'Iran un fornitore di energia affidabile e un nodo geografico strategico, mentre la cooperazione navale con la Russia serve a bilanciare la presenza statunitense nell'Indo-Pacifico. Come di consueto, la Repubblica cinese resta estremamente pragmatica. 

Questo legame è stato ulteriormente cementato da accordi formali, come il trattato di cooperazione venticinquennale tra Pechino e Teheran e i crescenti accordi di mutua difesa e interscambio tecnologico tra Mosca e l'Iran.

Quella che inizialmente poteva apparire come una convenienza tattica si è trasformata in un'alleanza strategica de facto, caratterizzata da una profonda interoperabilità militare. Le esercitazioni Maritime Security Belt 2026 ne sono la prova plastica, indicando che la sicurezza delle rotte marittime nel Medio Oriente non è più un dominio esclusivo delle potenze occidentali, ma un campo di gioco dove questo blocco eurasiatico intende esercitare un controllo diretto e coordinato.

L'integrazione dei sistemi di comunicazione, la condivisione di intelligence tattica e la capacità di condurre manovre di blocco o di scorta congiunta segnalano una maturità operativa che sfida direttamente gli equilibri di potere stabiliti nella regione, trasformando lo Stretto di Hormuz in un laboratorio geopolitico per un ordine mondiale multipolare.

Le origini dell'occhio americano in Medio Oriente: Lo Stretto di Hormuz 

Lo Stretto di Hormuz è universalmente riconosciuto come il punto di snodo più critico del pianeta; esso, nella sua essenza più basilare, è una sottile striscia d’acqua che separa la Penisola Arabica dalle coste dell’Iran e che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e al Mar Arabico.

Con una larghezza minima di circa 33 chilometri e una profondità che costringe le grandi petroliere a seguire rotte obbligate estremamente precise, questo braccio di mare non è solo una meraviglia geografica, ma il vero e proprio barometro della stabilità globale. La sua importanza è tale che ogni minima tensione nelle sue acque riverbera istantaneamente sui mercati finanziari di colossi come New York, Londra e Tokyo.

La storia dello Stretto di Hormuz è una cronaca ininterrotta di imperi e imperialismi che hanno lottato visceralmente e in maniera oltremodo virulenta per il controllo del passaggio tra Oriente e Occidente. Fin dall'antichità, le civiltà mesopotamiche e l'Impero Persiano compresero che dominare Hormuz significava controllare il flusso di ogni bene esistente: dalla seta, alle spezie e l'oro.

Nel tredicesimo secolo, il Regno di Ormus divenne un centro commerciale leggendario, descritto con ammirazione da tantissimi esploratori, trovando spazio e lustro anche nelle annotazioni e nelle cronache di Marco Polo. Tuttavia, la vera svolta geopolitica avvenne nel sedicesimo secolo, quando i portoghesi, guidati da Afonso de Albuquerque, occuparono lo stretto per quasi un secolo, stabilendo il primo dominio coloniale europeo nell'area.

Nel 1622, una coalizione anglo-persiana pose fine alla presenza portoghese, aprendo la strada alla successiva, e fin troppo duratura, influenza britannica. Il ventesimo secolo ha poi visto lo stretto diventare il teatro della "Guerra delle Petroliere" durante il conflitto Iran-Iraq tra il 1980 e il 1988, quando centinaia di navi mercantili furono attaccate da entrambe le fazioni, spingendo gli Stati Uniti a lanciare l'operazione "Earnest Will" per scortare le navi commerciali e garantire la libertà di navigazione.

Dal punto di vista economico, invece, lo Stretto di Hormuz rappresenta l'arteria vitale del sistema energetico moderno. Ogni giorno, attraverso le sue acque, transitano circa 21 milioni di barili di petrolio, che equivalgono a circa il 20% del consumo mondiale di idrocarburi liquidi.

Non si tratta solo di petrolio greggio: lo stretto è fondamentale per il trasporto del gas naturale liquefatto, con il Qatar che esporta quasi tutta la sua produzione attraverso questo passaggio. La particolarità economica di Hormuz risiede nell'assenza di qualsivoglia tipologia di alternativa praticabile per via acquatica. Sebbene Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti abbiano costruito oleodotti che bypassano lo stretto per raggiungere il Mar Rosso o il Mar Arabico, la loro capacità complessiva è nettamente inferiore e, sostanzialmente, insufficiente a compensare un'eventuale chiusura totale del passaggio.

Un blocco prolungato causerebbe uno shock dei prezzi senza precedenti, con stime che prevedono il barile oltre i 150 dollari in pochi giorni, innescando una recessione globale irreversibile e mettendo in ginocchio le economie fortemente dipendenti dalle importazioni, come quelle di Cina, India, Giappone e Corea del Sud, ma anche le economie che ne traggono un vantaggio diretto, prima tra tutte quella degli Stati Uniti. 

La verità è che la chiusura totale di Hormuz comporterebbe una rovinosa e letale caduta del sistema nella sua interezza e costringerebbe l'intero mondo a una riorganizzazione totale e strutturale di tutti i suoi asset. 

La politica effettiva nei riguardi dello Stretto di Hormuz è dominata dalla costante e infinita frizione tra la sovranità territoriale dell'Iran e del Sultanato dell'Oman e il principio internazionale della libertà di navigazione sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Sebbene lo stretto si trovi all'interno delle acque territoriali di questi due paesi, il diritto internazionale garantisce alle navi di tutti gli stati il "passaggio inoffensivo", specie dopo quanto accaduto durante la guerra Iran-Iraq degli anni '80 che ha visto contrapposte le forze dell'Ayatollah Khomeini e di Saddam Hussein.

Teheran ha più volte minacciato di chiudere completamente lo stretto come rappresaglia contro le sanzioni economiche occidentali, in vigore da circa 50 anni, utilizzando questa possibilità come una fortissima leva negoziale. La presenza della Quinta Flotta degli Stati Uniti, con base in Bahrain, agisce come deterrente militare per assicurare che il flusso energetico non venga interrotto, almeno non nella sua interezza.

Negli ultimi anni, la politica dell'area è stata complicata dall'ingresso di nuovi attori, come dimostrato dalle esercitazioni "Maritime Security Belt 2026" con Russia e Cina, che segnalano la volontà iraniana di non essere più l'unico custode dello stretto e di voler integrare la sicurezza dell'area in un asse multipolare che sfida direttamente l'egemonia statunitense nel Golfo.

L'interesse su Hormuz: il banchetto degli imperi

L'interesse di Russia e Cina per lo Stretto di Hormuz non è dettato solo da necessità commerciali immediate, ma da una precisa visione strategica che mira a scardinare l'architettura di sicurezza tramite il dominio costruita dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Per comprendere perché Washington stia cercando di limitare l'influenza di Pechino e Mosca in quest'area, è necessario analizzare come queste due potenze utilizzino lo stretto per trasformare la propria dipendenza energetica in un'arma politica e di proiezione globale.

Per la Repubblica Popolare Cinese, lo Stretto di Hormuz rappresenta il "collo di bottiglia" da cui dipende la sua stessa sopravvivenza economica. Circa il 40% delle importazioni di greggio cinese transita per questo braccio di mare, rendendo Pechino estremamente vulnerabile a eventuali blocchi navali statunitensi. Per ovviare a questa fragilità, la Cina utilizza lo stretto come fulcro della sua "Strategia del Filo di Perle", investendo massicciamente in infrastrutture portuali e basi logistiche, come quella di Gibuti o il porto di Gwadar in Pakistan, per garantire la protezione delle proprie rotte.

L'obiettivo cinese è passare da una posizione di dipendenza passiva a una di controllo attivo: attraverso la cooperazione con l'Iran, Pechino cerca di stabilire una presenza militare e di intelligence costante che le permetta di sfidare il dominio della Marina statunitense, assicurandosi che le proprie navi possano circolare liberamente anche in caso di crisi diplomatica con l'Occidente.

La Russia, pur essendo un esportatore di idrocarburi e non dipendendo direttamente dallo stretto per il proprio fabbisogno, utilizza Hormuz come una leva geopolitica fondamentale. La presenza navale russa nelle esercitazioni Maritime Security Belt 2026 serve a Mosca per accreditarsi come mediatore di sicurezza alternativo agli Stati Uniti nel Golfo.

Sostenendo l'Iran e partecipando ai pattugliamenti, la Russia invia un segnale chiaro alle monarchie del Golfo: Washington non è più l'unico attore capace di garantire o minacciare la stabilità delle rotte. Inoltre, per la Federazione Russa, mantenere lo stretto in una condizione di tensione perenne e controllata è vantaggioso, poiché ogni incertezza nel Golfo fa lievitare il prezzo del greggio, aumentando i profitti delle esportazioni energetiche russe verso i mercati asiatici.

Perché l'America vuole limitare Cina e Russia nel commercio regionale

La strategia statunitense di "tagliare fuori" o contenere Cina e Russia dal commercio e dall'influenza nello Stretto di Hormuz risponde a una necessità di mantenimento dell'ordine unipolare senza il quale, con alta probabilità, l'America finirebbe per collassare.

Washington vede nella penetrazione economica cinese un tentativo di sostituire il dollaro con lo yuan, cosa recentemente corroborata dallo stesso Xi che ha parlato di "moneta sostitutiva all'instabilità del dollaro", soprattutto nelle transazioni petrolifere, si pensi al cosiddetto "petroyuan", un passaggio che minerebbe strutturalmente alla base la supremazia finanziaria americana.

Se la Cina riuscisse a stabilire accordi commerciali privilegiati e protetti militarmente con l'Iran e gli altri paesi del Golfo, l'America perderebbe la sua principale leva di pressione economica globale e risulterebbe molto meno "autoritaria" nelle sue politiche. 

Allo stesso tempo, gli Stati Uniti mirano a impedire che la Russia utilizzi lo stretto per creare un asse energetico Mosca-Teheran capace di dettare totalmente i prezzi mondiali dell'energia. Tagliare fuori queste potenze significa, per l'amministrazione americana, proteggere la "libera" circolazione delle merci secondo le regole internazionali stabilite dall'Occidente, soprattutto dal volere americano, e impedire che il controllo dei flussi energetici diventi uno strumento di ricatto politico nelle mani di regimi contrari a quello statunitense.

La battaglia per Hormuz è dunque una guerra economica, non tra ideologie, ma prettamente tra le ultime "grandi narrazioni", ancora capaci di scrivere la storia del mondo; è una guerra per chi scriverà le regole del commercio mondiale nel ventunesimo secolo: se resteranno quelle basate sulla guida statunitense o se si passerà a un sistema di sfere di influenza regionale dominate da Cina, in special modo, e Russia.

La strategia iraniana e la tentata destabilizzazione di Ginevra

L'Iran degli Ayatollah non è sprovveduto, sa bene cosa sta accadendo nel mondo in maniera coeva alle sue esercitazioni e sa bene che, per poter avere una vera voce in capitolo, deve dimostrare di avere delle leve funzionanti ove contano: nelle aule diplomatiche di Ginevra.

Ginevra è tornata a essere il baricentro della diplomazia mondiale ospitando contemporaneamente due tavoli negoziali di importanza vitale e che potrebbero, con esito positivo, ristabilire una forma di equilibrio tra i rapporti, ormai crepati, che strutturano il dialogo tra le nazioni: il secondo round di colloqui indiretti sul programma nucleare iraniano e la ripresa delle trattative per il conflitto in Ucraina.

La città svizzera vive ore di altissima tensione, segnate da un paradosso diplomatico in cui, mentre gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner cercano di mediare soluzioni politiche, le minacce militari e i movimenti navali nelle acque dello Stretto di Hormuz rischiano di far saltare ogni possibile accordo.

Lo stallo nucleare e il braccio di ferro tra Khamenei e Trump

Il dossier più incandescente riguarda l'Iran. Teheran ha inviato a Ginevra una delegazione di altissimo profilo guidata dal Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, supportato dai vice ministri Majid Takht-Ravanchi, Kazem Gharibabadi e Hamid Ghanbari, oltre a un vasto team di esperti legali ed economici.

I colloqui, mediati dal Ministro degli Esteri dell'Oman Badr al-Busaidi, avvengono in forma indiretta, con gli emissari di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, posizionati all'InterContinental Hotel. Mentre al tavolo si discutono "dettagli tecnici" sull'arricchimento dell'uranio con il supporto del direttore dell'Aiea Rafael Grossi, da Teheran arrivano dichiarazioni di sfida.

La Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha reagito duramente all'invio delle portaerei USS Gerald R. Ford e USS Abraham Lincoln nel Golfo, affermando con fermezza: «Gli americani affermano di aver inviato una nave da guerra, ma devono sapere che l’esercito più forte al mondo potrebbe subire un colpo tale da non potersi più muovere; esiste un'arma capace di far affondare quelle portaerei».

Khamenei ha descritto la pressione americana come un "comportamento illogico", ribadendo che l'Iran non giurerà mai fedeltà a "individui corrotti" e che il diritto all'energia nucleare non è negoziabile sotto minaccia.

Il cuore delle trattative iraniane, ad ogni modo, ruota attorno alla revoca delle sanzioni economiche, definita dal portavoce del Ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei come "parte integrante e non rinunciabile", quindi perentoria e lapidaria, di qualsiasi intesa. Teheran ha trasmesso a Washington documenti tecnici dettagliati, cercando di dimostrare la natura civile del proprio programma, ma restando ferma sulla capacità di deterrenza militare. Baghaei ha dichiarato che la delegazione è pronta a rimanere a Ginevra "per settimane" pur di finalizzare un accordo giusto, a patto che gli Stati Uniti evitino "richieste irrealistiche, imperialiste e futilmente utopiche".

L'Iran punta a un approccio realistico che riconosca i progressi tecnologici fatti nelle centrifughe avanzate, mentre Washington, affiancato anche dalla pressione imposta da Tel Aviv, che da decenni denuncia, forse ipocritamente, la pericolosità e il rischio di destabilizzazione che il programma nucleare iraniano comporterebbe, spinge per uno smantellamento totale del programma di arricchimento in cambio di un alleggerimento del carico sanzionatorio.

La presenza di Rafael Grossi ai colloqui sottolinea la delicatezza della fase: l'Aiea agisce come garante tecnico per verificare che le proposte di Teheran siano compatibili con gli standard internazionali di sicurezza e si assicura che l'USA non si stia muovendo su un percorso di "falsa diplomazia" per poter risolvere le cose a modo suo. 

L'incudine e il martello, tra pressione militare e diplomazia di Ginevra

La situazione resta estremamente tesa. Mentre a Ginevra si parla di pace e accordi tecnici, l'agenzia Fars conferma che parti dello Stretto di Hormuz rimarranno chiuse per esercitazioni dei Pasdaran, un segnale muscolare che accompagna i negoziati. Il portavoce iraniano Baghaei ha tenuto a precisare che i colloqui sul nucleare non sono collegati agli sviluppi in Ucraina, sebbene la presenza degli stessi mediatori americani suggerisca una visione d'insieme della nuova amministrazione USA, che mira a un, attratti paradossale, mix tra isolazionismo e controllo unipolare del mondo.

L'obiettivo di Washington sembra essere quello di ottenere un "grande accordo", magari il più proficuo e fruttuoso possibile per la Casa Bianca, che stabilizzi entrambi i fronti, ma le parole di Khamenei ricordano che Teheran percepisce ogni pressione come un atto di dominio a cui opporre la propria "deterrenza militare". Le prossime ore saranno decisive per capire se i dettagli tecnici presentati da Baghaei e Araghchi basteranno a convincere Witkoff e Kushner a un allentamento delle sanzioni, o se il tintinnio di sciabole nel Golfo prevarrà sulla diplomazia svizzera.

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