immagine Iran, le celebrazioni della Rivoluzione con missili e finte bare di soldati Usa: così Teheran sfida ​Trump e Israele
  • di Dam.La.
  • mercoledì 11 febbraio 2026, 13:27

Iran, le celebrazioni della Rivoluzione con missili e finte bare di soldati Usa: così Teheran sfida ​Trump e Israele

La Repubblica Islamica dell’Iran celebra oggi il quarantasettesimo anniversario della vittoria della Rivoluzione del 1979, una ricorrenza nota come il 22 Bahman nel calendario persiano, che quest’anno assume i connotati di una gigantesca esibizione di forza militare in un contesto di tensioni internazionali senza precedenti e di una profonda frattura sociale interna.

In un clima di solennità marziale che appare, agli occhi degli osservatori internazionali, come una sfida aperta all'ordine mondiale e al grande nemico storico rappresentato dall'Occidente americano e filo-americano, l'Iran fa sfoggio di armamenti, soldati, disciplina, ordigni e munizioni, in una implicita e lapidaria affermazione di resilienza che sottintende una vitale volontà di potenza e che corrobora le parole dette nelle ultime settimane da tutti gli alti funzionari del Regime: «l'Iran è pronto a difendersi da qualsiasi minaccia»

Mentre le piazze della capitale si riempiono di manifestanti filo-governativi e armamenti pesanti, tuttavia, l'eco delle proteste represse nel sangue solo poche settimane fa continua a scuotere le fondamenta del regime teocratico e continua ad infestare le mefitiche retoriche provenienti dagli Organi governativi principali e dall'Ayatollah Ali Khamenei.

La coreografia del potere: Piazza Azadi e il messaggio all'Occidente

Dalle prime luci dell'alba, migliaia di persone sono confluite verso Piazza Azadi, altresì nota con il nome di Piazza della Libertà, seguendo tredici percorsi prestabiliti sotto lo sguardo vigile delle forze di sicurezza. Tuttavia, a dominare la scena non sono stati solo i ritratti del fondatore della Repubblica, l'Ayatollah Ruhollah Khomeini, ma una massiccia esposizione di hardware militare.

Qui, sotto l'ombra dell'imponente Torre della Libertà, il governo ha scelto di non limitarsi alla consueta retorica identitaria, preferendo un'esibizione muscolare di un impianto militare che riflette le recenti ferite belliche e le ambizioni balistiche del Paese. La scena è stata dominata dalla presenza dei missili ipersonici e balistici delle serie Fateh e Fatah 110, vettori capaci di percorrere la distanza tra Teheran e Tel Aviv in meno di sette minuti, affiancati provocatoriamente dai rottami dei droni israeliani intercettati e abbattuti durante la traumatica "Guerra dei dodici giorni" del giugno duemilaventicinque.

La simbologia della celebrazione ha toccato vertici di aggressività diplomatica senza precedenti: accanto a questi giganti d'acciaio, il regime ha esibito come macabri trofei i rottami dei droni israeliani abbattuti durante la cosiddetta "Guerra dei 12 giorni" del giugno 2025, un conflitto lampo che ha visto Israele lanciare l'Operazione Rising Lion contro i siti nucleari iraniani e Teheran rispondere con l'Operazione True Promise 3.

Per risultare ancora più esaustivi, i componenti della celebrazione hanno portato o trascinato bare, feretri e cataletti fittizi avvolti in una lesa e stracciata bandiera statunitense. Vi sono state anche immagini del Presidente Donald Trump e del Primo Ministro Benjamin Netanyahu calpestate dalla folla e drappi di Israele dati alle fiamme. La coincidenza temporale non è casuale: proprio oggi, a Washington, Trump riceve Netanyahu per discutere la linea dura contro il programma missilistico di Teheran e per coordinare una strategia di contenimento, diplomatica o meno, contro l'espansionismo iraniano. 

In aggiunta, il Presidente iraniano Masoud Pezeshkian denuncia dal palco di Azadi il "muro di sfiducia" eretto dall'Occidente e le "pretese eccessive" degli Stati Uniti che ostacolerebbero i colloqui sul nucleare, l'unica tematica sulla quale Teheran si è detta «pronta a instaurare colloqui di natura bilaterale». 

Le manifestazioni di Stato, orchestrate con una precisione coreografica che mira a esaltare la resilienza del clero sciita, si sono dipanate attraverso 1.600 città e centri abitati della nazione, convogliando una moltitudine di sostenitori lungo i percorsi rituali che conducono, quasi come a un pellegrinaggio, al cuore pulsante della propaganda di regime: la Piazza Azadi di Teheran.

L'Islam, o una sua distorsione estremizzata dall'applicazione viscerale dei dogmi, resta la religione ufficiale; eppure l'iconoclastia dell'apparato e del sistema bellico si mostra, quasi pleonasticamente, come un lugubre seppur icastico sostituto d'emergenza. 

Un Paese diviso tra celebrazioni di Stato e grida notturne

Il paradosso di questa acclamata e glorificata ricorrenza risiede nella profonda e viscerale dicotomia tra narrazione ufficiale e la realtà pulsante delle strade, due estremi agli antipodi senza possibilità alcuna di riconciliazione o di stipulare una qualsivoglia tipologia di compromesso.

Seppur i media governativi abbiano riferito di milioni di cittadini in piazza a difesa dei valori khomeinisti, la vigilia dell'anniversario è stata lapidata da grida di dissenso che, dai tetti delle città di Teheran, Mashhad e Kermanshah, hanno invocato la caduta del "dittatore" Ayatollah Khamenei. Quel che è chiaro a qualsiasi osservatore che possa definirsi attento e scrupoloso è che dietro la facciata, stoica e monolitica, delle parate ufficiali si nasconde un Iran irrimediabilmente e gravemente ferito.

I casi di dissenso e ostilità interna che hanno squarciato la notte senza stelle sopra il cielo della Repubblica Islamica, non hanno il carattere di istanze uniche e marginali, ma rappresentano, pienamente, il proseguimento di un'ondata di proteste iniziata nel gennaio di quest'anno e repressa con una ferocia che le organizzazioni per i diritti umani hanno definito un vero e proprio massacro.

I dati riportati dalla Human Rights Activists News Agency indicano un bilancio ben più che tragico: oltre 6.400 manifestanti sarebbero stati uccisi dalle forze di sicurezza, con 52.000 detenzioni e arresti effettuati durante i blackout comunicativi imposti dal regime. 

I dati delle organizzazioni governative della Repubblica, tuttavia, dipingono un quadro dai contorni decisamente più funerei e obnubilati. Secondo documenti riservati dell'Organizzazione di Intelligence dei Pasdaran, trapelati e ripresi da testate internazionali, il bilancio del solo massacro avvenuto tra l'8 e il 9 gennaio sarebbe di oltre 36.500 morti. Altre stime indipendenti, pur più prudenti, parlano di almeno 3.400 vittime accertate in 15 province, con migliaia di arresti e il rischio imminente di esecuzioni pubbliche di massa per i manifestanti.

Se di giorno le telecamere di Stato inquadrano le folle osannanti, di notte i social media restituiscono una realtà opposta, quasi come fossero due mondi separati, divisi solo da un sottosuolo a tono ideologico venefico e saturo di putredine. Da numerosi quartieri di Teheran e da altre 1.400 località si sono levati slogan come "Abbasso il dittatore" e "Morte alla Repubblica Islamica", gridati dai tetti mentre i fuochi d'artificio governativi illuminavano il cielo.

In questo clima di assedio psico-fisico, le celebrazioni di Stato fungono da paravento teorico e ideologico per occultare le lacerazioni e le sviscerazioni di una società sull'orlo del crollo totale, che vede nel ritorno simbolico della dinastia Pahlavi, attraverso i proclami del principe Reza Ciro Pahlavi dagli Stati Uniti, un'alternativa possibile, seppur controversa e non unica, al sistema teocratico stabilito nel 1979 dall'Ayatollah Khomeini a seguito della Rivoluzione Islamica di matrice unicamente e severamente coranica. 

Dal Trono del Pavone alla Teocrazia degli Ayatollah

La genesi della Repubblica Islamica è un processo storico che merita una ricostruzione analitica rigorosa per comprenderne l'attuale postura difensiva, ma soprattutto, repressiva che ha caratterizzato in maniera assoluta il passaggio traumatico del 1979.

Ben prima dello Shah e della presa di posizione che ha portato alla (ri)conquista monarchica dei pieni poteri e molto prima della teocrazia khomeista che abbiamo vissuto, chi sotto gli occhi e chi sulla propria pelle, l'Iran era uno stato profondamente differente. Siamo nel 1906, durante il periodo della cosiddetta Rivoluzione Costituzionale Persiana che mise fine al regno dispotico della Dinastia Qajar, in vigore sin dal 1794, sostituendolo non solo con la Dinastia Pahlavi, ma anche con la nascita di un organo, ormai, ben conosciuto: un parlamento. 

Grazie a questa necessaria e importantissima riforma, dal 1906 fino al 1953, la sede parlamentare iraniana conobbe, per la prima volta, la sovrastruttura della democrazia sulla base di grandi esponenti dei Partiti Democratici, dei Partiti Socialisti e dei Partiti Socialdemocratici come Mirza Nasrullah Khan, Mohsen Sadr e, forse il ben più conosciuto, Mohammad Mossadeq. Appena nominato Primo Ministro negli anni '50, Mossadeq non perse tempo e smantellò completamente l'Anglo-Iranian Oil Company per costituire la National Iranian Oil Company, rimuovendo in toto il controllo britannico, e di riflesso statunitense, dall'industria dell'olio iraniano e nazionalizzando le risorse.

Sulla scia della minaccia di guerra posta dal massiccio rafforzamento della flotta britannica, Mossadeq si recò personalmente all'ONU per difendere la sua posizione con un'orazione che gli permise non solo di battere dialetticamente e politicamente la Gran Bretagna, ma anche di essere proclamato come "Man of The Year" nell'edizione del Time del 1951. Mossadeq ottenne dal parlamento anche la possibilità di limitare i poteri dello Shah: diminuì il budget di corte, promosse una riforma agraria di ridistribuzione e ridiresse gran parte delle spese militari nella sanità pubblica e nell'educazione.

Come spesso sanno i politici, tuttavia, i pericoli si annidano ovunque. Dopo aver esiliato lo Shah, favorevole all'interventismo americano e britannico e contro la nazionalizzazione delle risorse persiane, molti iraniani temevano che Mossadeq volesse proclamare la repubblica totale, cosa che lo fece abbandonare da moltissime forze a lui alleate e che portò alla sua deposizione, e successivo arresto, tramite il colpo di stato americano e inglese eseguito con la cosiddetta "Operazione Ajax".

La dinastia Pahlavi, guidata dallo Shah Mohammad Reza Pahlavi, cercò, quindi, di imporre una modernizzazione forzata attraverso la "Rivoluzione Bianca", un ambizioso progetto riformista del 1963 che comprendeva: la repressione degli sciiti, la marginalizzazione delle forze di sinistra, l'ottenimento assoluto dei pieni poteri per lo Shah, l'abolizione del latifondo, il diritto di voto alle donne e la compartecipazione degli operai ai profitti delle imprese. Nonostante l'impegno delle riforme, il suo regime autocratico e smaccatamente filo-occidentale aveva alienato sia i ceti religiosi sciiti, sia le forze di sinistra democratiche, con le quali sarebbe stato estremamente semplice trovare un compromesso.

Il malcontento esplose ufficialmente nel 1978, portando alla fuga dello Shah a metà gennaio 1979. Il 1° febbraio 1979, l'Ayatollah Khomeini tornò dall'esilio a Parigi, accolto da milioni di persone. Il crollo definitivo della monarchia avvenne proprio l'11 febbraio, il 22 Bahman, quando l'esercito proclamò la propria neutralità, cessando di difendere l'apparato politico dello Shah.

Quella che doveva essere una rivoluzione pluralista, tuttavia, fu rapidamente trasformata da Khomeini in una Repubblica Islamica basata sul principio del Velayat-e Faqih, vale a dire il governo del giurista islamico, eliminando sistematicamente ogni opposizione interna, indipendentemente dal colore politico.

L'apparato della difesa: i pilastri del regime

L'Iran odierno fonda la sua sopravvivenza su una complessa architettura militare, divisa tra:

L'esercito regolare, chiamato Artesh, erede delle accademie imperiali che ha il compito costituzionale di difendere l'integrità territoriale e l'indipendenza nazionale contro le aggressioni esterne. Questo gruppo, che conta circa 400.000 attivi, si articola in quattro branche classiche che comprendono le Forze di Terra, la Marina Militare, l'Aeronautica e la Forza di Difesa Aerea

Il corpo d'élite dei Pasdaran, altrimenti noto come Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, incaricati non di difendere i confini, ma difendere l'integrità della legge coranica. I Pasdaran, con circa 200.000 soldati effettivi, sono i veri custodi ideologici del regime. Gestiscono l'intero arsenale missilistico e controllano la Forza Quds, gruppo di intelligence responsabile delle operazioni extraterritoriali e del coordinamento dell'Asse della Resistenza, tra cui Hezbollah, Hamas, milizie irachene e Houthi. Nel gennaio 2026, l'Unione Europea ha ufficialmente designato l'IRGC come organizzazione terroristica. Anche i Pasdaran sono suddivisi per branche come l'Artesh e godono di maggiori finanziamenti, in quanto controllano, seppur indirettamente, tra il 30% e il 50% del PIL iraniano attraverso colossi industriali e infrastrutturali come il gruppo Khatam al-Anbiya.

Assieme al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, l'esercito spontaneo dei Basij, una milizia paramilitare composta da volontari, spesso giovanissimi o radicalizzati, rappresenta la vera espressione ideologico-civile del regime. La Forza Basij viene utilizzata principalmente per il controllo capillare della popolazione e la repressione delle rivolte interne, come si è visto con le rivolte del 2026. 

L'Iran, in aggiunta, possiede il più vasto inventario di missili balistici del Vicino e Medio Oriente. Ordigni come il Khorramshahr, con un raggio superiore ai 2.000 km, e l'Hajj Qassem rappresentano una minaccia diretta non solo per Israele, il nemico storico, ma per l'intera alleanza considerata avversa dal Regime.

Attualmente, le componenti militari iraniane si trovano in uno stato di allerta permanente, con il Capo di Stato Maggiore Seyed Abdolrahim Mousavi e il comandante Mohammad Pakpour che hanno ribadito la prontezza della nazione a una risposta "inaudita" in caso di errori di calcolo da parte degli avversari. L'Iran ha dichiarato ufficialmente di possedere la capacità tecnologica per l'arricchimento dell'uranio al sessanta per cento, una soglia che lo pone a un passo dalla militarizzazione nucleare, strumento di deterrenza finale contro la politica della "massima pressione" orchestrata da Washington.

La loro personale "strategia della tensione": la triade Teheran-Washington-Tel Aviv

Le relazioni internazionali dell'Iran sono oggi ai minimi storici. La Guerra dei 12 giorni del 2025 ha segnato un punto di non ritorno, rompendo il tabù dello scontro diretto tra la Repubblica Islamica e lo Stato ebraico. Israele percepisce il programma nucleare iraniano, con uranio arricchito ormai dichiaratamente e apertamente oltre il 60%, come una minaccia esistenziale, nonostante, secondo molte fonti internazionali, Israele stesso ne possieda una quantità superiore anche grazie ai suoi legami con gli USA. 

Dall'altro lato, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha ripristinato la politica della "massima pressione". Nonostante i tentativi di mediazione in Oman guidati dal Qatar, le divergenze rimangono incolmabili. Trump esige non solo lo smantellamento nucleare, ma anche il blocco totale del programma missilistico e la fine del supporto alle milizie proxy dell'Asse della Resistenza.

Teheran, dal canto suo, utilizza la piazza del 22 Bahman per ribadire di essere «pronta a tutto», minacciando di colpire le installazioni militari statunitensi nella regione qualora Israele dovesse lanciare una nuova offensiva. In questo clima di assedio permanente, il regime cerca di compattare una nazione stremata dalle sanzioni internazionali, in vigore da 50 anni e elemento cardine dell'enorme recessione economica che ha colpito l'Iran, e dalla repressione. Tuttavia, il divario tra la potenza di fuoco esibita in Piazza Azadi e la rabbia che cova nei vicoli di Teheran suggerisce che il 47° anniversario della Rivoluzione potrebbe essere uno dei più precari della sua storia.

 

  • Approfondimenti
  • Annunci correlati

Trilocale, viale Aurelio Saffi

1.400 €
Affitto Trilocale a Roma (RM)
102 m2 3 stanze 2 bagni TRASTEVERE: ELEGANTE PIANO RIALZATO CON GIARDINO APPENA RISTRUTTURATO UBICAZIONE: centrale e servita dalle principali infrastrutture urbane e di quartiere (stazioni FS e Metro...

IlMessaggeroCasa.it