- mercoledì 14 agosto 2024, 22:40
La mossa dell'Ucraina e i negoziati per la pace
L’”incursione” ucraina di Kursk può essere, in qualche modo, messa sullo stesso piano dell’invasione russa? Intorno a questa domanda sono esplose, soprattutto in Italia, polemiche assai aspre. Prima di cercare una risposta è doverosa una premessa: nessuna controversia può farci dimenticare che, su quelle terre, tanti esseri umani sacrificano ogni giorno la loro vita per difendere la propria casa, la propria nazione, la propria libertà. Cosa che noi, forse, non saremmo più in grado di fare. Ma andiamo per ordine ed entriamo nel cuore della polemica. Per dirimerla, in realtà, basterebbe il buon senso: se la Russia occupa da oltre due anni l’Ucraina, seminando infinite stragi e distruzioni di massa, pare difficile poter considerare “invasione di uno Stato sovrano”, come più d’uno ha detto (alla medesima stregua di quella di Mosca) anche l’incursione di Kursk. Infatti, in una guerra di difesa della propria nazione il fronte bellico non può avere confini invalicabili, perché in tal caso essi altro non sarebbero che i confini scelti dall’invasore. E chi resiste sarebbe costretto a farlo con un braccio legato dietro la schiena.
Ma se il buon senso non fosse ritenuto sufficiente, si può fare riferimento alle regole del diritto internazionale. Non solo all’articolo 51 della Carta dell’Onu che sancisce il “diritto naturale” alla legittima difesa nel caso in cui si verifichi un attacco armato contro un membro delle Nazioni Unite, ma anche a quella ormai consolidata dottrina chiamata “legittima difesa preventiva”. Essa, infatti, ammette azioni armate di “autotutela” dirette a respingere un attacco militare “certo e imminente”, pur se ancora non sferrato. Ebbene, non c’è niente di più corrispondente a questa dottrina dell’incursione di Kursk: l’Ucraina entra in territorio russo per colpire le retrovie dell’aggressione al proprio Paese. Negli ultimi mesi, la Russia aveva lanciato oltre duemila attacchi da Kursk verso la regione frontaliera di Sumy. Si ammetterà: che attacco più “certo e imminente” di quello che dura da oltre due anni non potrebbe esserci.
Altra tesi polemica: l’incursione ucraina favorisce un’ulteriore escalation del conflitto. Attenzione: ragionando così si scambia la causa con l’effetto. La causa è l’invasione russa, l’”incursione di Kursk” è solo l’effetto. La verità è che, fallito l’originario piano di Putin di conquistare Kiev in pochi giorni, la stessa imprevista resistenza ucraina è diventata di fatto sinonimo di escalation. Più l’Ucraina resiste, infatti, più il conflitto cresce automaticamente d’intensità. Di conseguenza, l’unico vero modo di evitare qualsiasi escalation sarebbe stato, fin dall’inizio (e sarebbe tuttora) la resa dell’Ucraina. Ed è proprio questo, forse, quello che molti polemisti volevano e vogliono. Ha stupito che alcune di queste obiezioni all’”operazione Kursk” siano arrivate da esponenti della maggioranza. Non sembra però corretto ricavare un generale giudizio di “inaffidabilità” del governo italiano che, viceversa, ha finora sempre tenuto, con coerenza una linea filo ucraina e filo atlantica. Lo stesso ministro Crosetto ha smentito ogni “cambiamento di linea”. Meno hanno stupito invece, perché consuete, le dure prese di posizione contro Kiev di Giuseppe Conte e di altri esponenti dell’opposizione (dai quali la Schlein, gliene va dato atto, si è meritoriamente tenuta alla larga) i quali declamando, al solito, l’urgenza di fantomatici negoziati, non si sono resi conto di ciò che lo stesso Putin ha capito. E cioè che l’incursione ucraina aveva tra gli altri scopi quello di rendere possibile uno scambio di territori in vista di future trattative di pace. Come si può allora invocare tutti i giorni un “negoziato” e poi opporsi ad un’iniziativa che potrebbe avvicinarlo? Del resto, quale trattativa potrebbe mai condurre l’Ucraina non avendo nessun asset strategico da scambiare con Mosca? Ancora una volta: si dice negoziato ma si intende resa.
Fortunatamente sia gli Stati Uniti che l’Unione europea hanno capito che l’imprevista iniziativa del generale Sirsky era in realtà una “forzatura” per accelerare il tempo delle trattative di pace e continuano ad inviare armi e sostegno politico a Zelensky. Solo da noi, a chi ancora contesta le forniture militari a Kiev sfugge che, viceversa, sull’altro fronte, Iran e Corea del Nord supportano attivamente, con droni e missili, l’invasione di Mosca. Questo nuovo asse geopolitico e militare sta trascinando l’intero pianeta in una terribile sfida mortale che lega, in un solo filo rosso, l’Ucraina al Medio Oriente. Le recenti rivelazioni del “Financial Times” sui piani nucleari segreti di Mosca contro la Nato accrescono la preoccupazione mondiale. La chiamano “guerra all’Occidente collettivo”: e dunque sono loro stessi a confessare che in gioco non è solo il futuro dell’Ucraina. Occorre lavorare con determinazione perché finalmente ritorni il tempo della pace, un bisogno urgente di tutto il mondo.
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