immagine Napoli, la biotecnologa Velia Siciliano torna dopo anni all'estero: «La città è una fucina di talenti»
  • di Mariagiovanna Capone
  • venerdì 19 luglio 2024, 08:00

Napoli, la biotecnologa Velia Siciliano torna dopo anni all'estero: «La città è una fucina di talenti»

Velia Siciliano è una napoletana che il mondo ci invidia, anche se lei non lo ammetterà mai per l'umiltà con cui porta avanti il suo lavoro. Biotecnologo medico di 41 anni di cui sette all'Istituto Italiano di Tecnologia, o meglio al Centro Interdipartimentale di Ricerca sui Biomateriali di Napoli, dove lavora alla modifica di cellule del sistema immunitario che hanno un'attività di difesa dell'organismo e una forte attività contro le cellule tumorali, nel senso che le riconoscono e le uccidono.

Siciliano è una dei nostri tanti talenti scientifici che è rientrato dopo una lunga esperienza all'estero, in particolare al celebre Massachusetts Institute of Technology di Boston lavorando al Synthetic Biology Center and Biological Engineering Department, e poi l'Imperial College di Londra.

Lei si è formata a Napoli, dove poi è ritornata dopo vari anni all'estero. È partita per la poca offerta nel suo campo di ricerca in quel periodo?

«No, non è stato questo il motivo per cui sono andata via: dopo il dottorato sentivo il bisogno di un periodo di formazione all'estero. Ho scelto non a caso il Mit, uno dei migliori centri di ricerca nel mondo, soprattutto per quanto concerne il mio ambito di ricerca. La mia è stata una scelta molto razionale, non pensavo proprio di rimanere in Italia e non lo sarebbe neppure oggi da neo laureata, perché ritengo sia fondamentale un periodo all'estero per assorbire più competenze e costruire una mentalità diversa dalla nostra, per poi riportare in Italia ciò che si è imparato. Un'esperienza all'estero, inoltre, amplia la rete di collaborazione che diventa poi un elemento di forte supporto della ricerca».

Cosa ha portato di Napoli quando era all'estero?

«La napoletanità mi ha accompagnato sempre, e devo dire che a Boston, in particolare, ero ancora più napoletana di quanto lo fossi qui. Nel senso che avevo legato con altre ragazze di Napoli e avevamo ricreato il concetto sociale del "vascio", dove tutto era condiviso. Facevamo le nottate per cuocere il ragù insieme, le lasagne a Carnevale, l'impasto del casatiello Questo perché la scelta di vivere all'estero in qualche modo ti sradica completamente. Nonostante sia una scelta consapevole, è un momento della vita che ti cambia tantissimo e non essere dove sono le tue radici, ha un fortissimo impatto, almeno su di me lo ha avuto, e in qualche modo mi ha fatto sentire ancora più partenopea. E poi c'è un altro aspetto che è il piglio del napoletano, che ci consente di saper gestire situazioni che non sono sempre felicissime e di creare una strategia per agire molto rapidamente. Penso che questa sia una caratteristica tutta nostra, e mi è servita negli anni all'estero».

Nel 2017 invece torna in Italia, a Napoli.

«L'Istituto Italiano di Tecnologia è una fucina di talenti in vari settori che vanno dalle biotecnologie, alla robotica, ai nanomateriali. È un ambiente riconosciuto a livello internazionale, e la definirei un'oasi di scienze altamente performanti in Italia. E infatti questo è stato il motivo che mi ha convinto a rientrare, per i continui stimoli e obiettivi da raggiungere».

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Cosa si prova quando si viene da esperienze così intense all'estero?

«Rientrare in Italia è stato uno shock in particolare perché non ero più in un posto multirazziale e internazionale. Questo è un limite italiano, lo straniero ci sembra un po' strano a meno che non sia un turista, e la sensazione iniziale è stata di una provincialità che mi turbava. Da un punto di vista scientifico è chiaro che trovare delle realtà come l'Iit è stato assai stimolante, però devo ammettere che Napoli è esplosa dal punto di vista scientifico, si vede dal lavoro fatto dalla Regione e dall'assessore all'Innovazione. Tuttavia avevamo già delle eccellenze, penso a Tigem o al Pascale per il settore oncologico, c'è un potenziale enorme, quindi. A mio avviso manca una visione che deve partire dall'alto: incentivare il turnover, le esperienze all'estero, e diventare attrattivi per ricercatori internazionali. Oggi non lo siamo abbastanza, e per riuscirci occorre che dal governo arrivi un investimento forte per infrastrutture e ricerca per il Mezzogiorno. Noi siamo pronti per quel salto verso il futuro».
 

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