immagine Paolo Gentiloni: «Risanamento dei conti graduale e sostenibile grazie al nuovo Patto»
  • di Gabriele Rosana
  • giovedì 20 giugno 2024, 00:06

Paolo Gentiloni: «Risanamento dei conti graduale e sostenibile grazie al nuovo Patto»

Paolo Gentiloni, commissario Ue all’Economia, dopo gli anni di pausa tra pandemia e guerra, ieri la Commissione ha fatto il primo passo verso l’apertura delle procedure per deficit eccessivo nei confronti di 7 Paesi, tra cui l’Italia.

È tornata l’austerità?

«No. Non dobbiamo confondere la cautela nella spesa, d’obbligo per un Paese ad alto deficit e debito, con l’austerità. Abbiamo sempre avuto delle regole di bilancio comuni, il che è inevitabile in un’Unione in cui molti membri condividono pure la stessa moneta.Tutti gli Stati Ue sanno bene che questa disciplina è più graduale della precedenti, ed è la ragione per cui hanno approvato la riforma del Patto di stabilità. Ieri, a fronte di 12 Paesi con il deficit attorno o superiore al 3% del Pil, abbiamo deciso di aprire la procedura nei confronti di 7 di loro, quelli cioè in cui lo sforamento era chiaro. Le raccomandazioni sul risanamento dei conti per gli Stati interessati non arriveranno, però, che tra ottobre e novembre».

Il valore minimo dell’aggiustamento strutturale di bilancio chiesto ai Paesi sotto procedura è pari allo 0,5% del Pil. Si aspetta numeri più alti per l’Italia?

«Non voglio fare speculazioni, dipenderà da vari fattori, tra cui l’orizzonte temporale dei piani di spesa a 4 o 7 anni. Il dettaglio delle cifre formerà oggetto del dibattito nei prossimi mesi, ma una cosa è certa: l’Italia ha bisogno di ridurre deficit e debito. E questa operazione sarà molto più graduale e sostenibile con il nuovo Patto che con il vecchio».

Cioè?

«Ciò di cui stiamo parlando va messo in relazione non con quanto visto negli ultimi tre anni e mezzo, quando il Patto di stabilità era “sospeso”, ma con la situazione vigente prima dello scoppio della pandemia. Attivata la clausola generale di salvaguardia del Patto, infatti, per tre anni e mezzo non abbiamo avuto alcun limite per la spesa pubblica. Ma se compariamo gli aggiustamenti che saranno formalizzati in autunno alla situazione antecedente, esistente fino al marzo 2020, ci accorgiamo che ciò che la politica di bilancio domandata oggi è meno gravoso di quello che veniva prescritta dalle precedente regole».

Nello scorso Parlamento europeo, nessun partito italiano ha votato a favore della riforma del Patto. Spera in un ripensamento, magari tra qualche anno?

«Ognuno ha le proprie idee e io le rispetto tutte, ma le regole sono ormai entrate in vigore. Però, da un punto di vista politico, ciò che per l’Italia è importante è conciliare la necessità di avere politiche a sostegno della crescita con politiche di bilancio prudenti. La spesa corrente non è certo sufficiente per sostenere una crescita forte e duratura, e livelli molto alti di deficit e deficit non possono più essere considerati così accettabili. È un mix complesso, ma abbiamo tanto bisogno dell’aggiustamento di bilancio quanto anche di investimenti e politiche a sostegno della crescita. Perché, dopotutto, senza crescita non possiamo avere risanamento dei conti».

Non è problematico che la decisione di avviare la procedura sia arrivata ad appena dieci giorni dal primo round delle legislative anticipate in Francia, anch’essa oggetto della procedura?

«La tempistica era stata ampiamente annunciata ed era attesa dai mercati e dai politici. L’opposto, semmai, sarebbe stato alquanto strano».

Eppure, nei giorni scorsi, non sono mancate fibrillazioni sui mercati dopo lo scioglimento dell’Assemblea nazionale.

«Non vedo, a parte l’incertezza politica, alcuna ragione per temere instabilità finanziaria. L’economia Ue sta facendo passi avanti, l’inflazione si sta riducendo, la politica monetaria della Bce è definita, pur non conoscendo ancora la velocità del taglio dei tassi. Il nostro è un messaggio di fiducia, perché in fin dei conti le regole di bilancio servono a garantire stabilità e a rassicurare mercati e investitori. Il fatto che abbiamo aperto una procedura per deficit eccessivo non dovrebbe essere motivo di instabilità per i mercati».

Il nostro è tra i 7 Paesi, su 32 membri della Nato, a mancare il target comune del 2% del Pil in spesa pubblica per la difesa. La procedura Ue per deficit eccessivo rischia di rappresentare un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo?

«L’aumento degli investimenti per la difesa rientra tra i cosiddetti “fattori rilevanti” che consentono di “interpretare” il rapporto deficit/Pil fissato al 3%. Ma ciò vale in particolare nel caso di quei Paesi che si distanziano di poco da questo valore di riferimento. Più difficile sostenere un tale ragionamento quando, come l’Italia nel 2023, il deficit è stato del 7,4%».

Il governo conserva un sufficiente spazio di manovra per i suoi piani di bilancio?

«Sì. La sfida è promuovere la crescita e sostenere le entrate pubbliche. Credo che, in questo senso, sia importante guardare alle raccomandazioni sui conti italiani appena adottate dalla Commissione europea. In particolare, direi, quelle relative a un potenziamento delle misure di contrasto dell’evasione fiscale».

A proposito delle raccomandazioni specifiche per Paese, come quella che ha appena citato, che la Commissione adotta ogni primavera. Pensa che saranno seguite?

«Le statistiche ci dicono che lo sono per oltre il 70%. Credo che Next Generation Eu abbia rappresentato un punto di svolta nell’attuazione delle raccomandazioni, perché ha creato un piano condiviso negoziato tra i governi, che ne conservano la titolarità, e la Commissione, un modello di dialogo che spero venga replicato anche in questo caso. Venerdì la Commissione condividerà con gli Stati una traiettoria di riferimento, non un diktat perentorio, per la spesa primaria netta. Suggeriremo, cioè, un percorso agli Stati, che poi identificheranno le loro priorità nei piani a 4 o 7 anni».

Le raccomandazioni esortano anche a fare presto con il Pnrr.

«Sul Pnrr vediamo dei rischi emergenti di ritardo nell’attuazione. Non sono eccessivamente allarmanti, ma non dobbiamo sottostimarli: l’ultima domanda, ad esempio, è stata presentata a dicembre, ed è ancora in valutazione. In generale l’Italia, al pari della Spagna insieme a cui rappresenta la metà delle risorse del Next Generation Eu, è sul binario giusto. Stiamo esaminando la quinta richiesta di pagamento mentre per altri Paesi, ad esempio il Belgio, siamo ancora fermi alla prima. I ritardi sono sperimentati dalla maggioranza Stati membri; abbiamo notato che l’indicazione iniziale che c’eravamo dati, pari a due mesi tempo tra richiesta ed esborso, è difficile da rispettare, e per questo abbiamo creato un meccanismo per sospendere il decorso dei termini».

L’Italia, nelle vostre pagelle, è passata da uno squilibrio macroeconomico eccessivo a uno squilibrio macroeconomico. Cosa vuol dire?

«Che sono stati fatti progressi, ma che comunque non c’è una totale schiarita. La situazione migliore grazie all’occupazione a livelli record, ma altre difficoltà permangono, come la presenza femminile sul mercato del lavoro e i divari tra nord e sud. Nel nostro esame non ci riferiamo solo ai Paesi con alto deficit e debito, ma a difficoltà e sfide strutturali. Anche la Germania, ad esempio, si trova in una situazione di squilibrio macroeconomico».

Un’ultima battuta sul futuro dell’Ue. Che profilo si aspetta dal suo successore, che sarà incaricato di portare avanti queste procedure? E ritiene che l’Italia sia stata messa da parte nei negoziati sui futuri vertici Ue?

«La cornice normativa è stata fissata, non entro nel merito del lavoro di chi verrà dopo di me. Né nel “fantastico” discorso sui nuovi vertici. Però dobbiamo evitare di essere troppo compiacenti con noi stessi: le elezioni europee hanno sì visto prevalere le forze tradizionali, e tocca a loro formare la nuova maggioranza; ma hanno pur inviato segnali contraddittori perché i partiti all’opposto si sono affermati in Paesi anche molto importanti».

 

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