- domenica 25 gennaio 2026, 11:49
Furbetti delle partite Iva, chi rischia la chiusura e come difendersi: la stretta di Fisco e Guardia di Finanza
Stretta in arrivo sulle partite Iva “apri e chiudi”. Nel mirino ci sono 9 mila posizioni sospette, destinate alla chiusura d’ufficio nell’ambito del nuovo piano di controlli incrociati del Fisco per il 2026 che vedono il supporto massiccio della Guardia di Finanza. L’obiettivo è colpire i "furbetti", le finte attività, evasione e concorrenza sleale, senza penalizzare i professionisti e le imprese che lavorano davvero.
Il focus
Si tratta delle partite Iva che nascono e muoiono in pochi mesi, o che restano formalmente aperte ma non presentano dichiarazioni per anni, diventando di fatto “dormienti”. Un fenomeno che il governo Meloni considera una delle leve per frodi Iva, cashback fasulli, false fatturazioni e lavoro nero mascherato da finto autonomo.
Come si ricorderà nel 2023 i primi provvedimenti di cessazione d’ufficio avevano riguardato poco più di 1.200 posizioni, salite a quasi 6.000 nell’anno successivo, un segno di come la macchina dei controlli si stia progressivamente rodando. Ora il salto di qualità con l’uso massiccio di banche dati e algoritmi di rischio. Secondo le stime dei tributaristi, le posizioni da chiudere potrebbero arrivare a circa 9 mila, concentrate soprattutto nelle regioni a maggiore densità di attività economiche.
Come funziona la chiusura d’ufficio
La procedura poggia sull’articolo 35 del decreto Iva, che consente all’Agenzia delle Entrate di chiudere d’ufficio le partite Iva inattive da almeno tre anni, cioè senza dichiarazioni Iva o di redditi d’impresa o lavoro autonomo nelle ultime tre annualità. Le posizioni a rischio vengono individuate con riscontri automatizzati sulle informazioni presenti in Anagrafe tributaria, incrociando versamenti, dichiarazioni, fatture elettroniche e dati dei registri.
Come difendersi
Prima della chiusura definitiva, al titolare arriva una comunicazione preventiva con raccomandata o posta certificata: da quel momento scattano 60 giorni di tempo per dimostrare che l’attività è ancora in vita e che l’assenza di dichiarazioni dipende da errori o situazioni particolari. Se il contribuente non risponde, o non fornisce elementi convincenti, la partita Iva viene cessata in modo automatico e centralizzato dagli uffici.
Le sanzioni
La stretta non si limita alla chiusura: il pacchetto prevede una sanzione amministrativa standard, fino a 3.000 euro, per chi utilizza la partita Iva in modo strumentale e non comunica la cessazione nei tempi di legge. Un aspetto delicato riguarda il ruolo dei professionisti: rispetto alle ipotesi iniziali, che li volevano corresponsabili in solido per la sanzione, la norma è stata alleggerita e limita il rischio al solo titolare della posizione. Resta comunque alta l’attenzione sugli studi che “accompagnano” le aperture a ripetizione: gli incroci di dati consentono di individuare commercialisti e intermediari che seguono un numero anomalo di partite Iva poi finite nel mirino, con possibili ispezioni mirate su deleghe e pratiche. L’amministrazione finanziaria insiste però sul fatto che non si tratta di una caccia alle streghe, ma di una selezione a rischio basata su indicatori oggettivi.
Il piano 2026 dei controlli
La stretta sulle “apri e chiudi” si inserisce nel piano più ampio dei controlli 2026, che punta a 270 mila accertamenti su partite Iva, con un incremento di circa il 20% rispetto all’anno precedente e un obiettivo di 350 mila entro il 2028. Nel mirino non ci sono solo le inattive: l’attenzione si concentra sulle posizioni con score Isa basso, su chi ignora le lettere di compliance e su chi rifiuta il concordato preventivo biennale presentando comunque indicatori di rischio elevati. Il cuore del piano è la capacità di mettere a sistema oltre 200 banche dati, dalla fatturazione elettronica ai conti correnti, fino agli archivi previdenziali, con controlli sempre meno a campione e sempre più mirati. In parallelo cresce il coordinamento con la Guardia di Finanza, che ha programmato decine di migliaia di interventi per il 2026, proprio a supporto dell’operazione “zero evasione” sulle partite Iva.
Chi rischia
A rischiare di più sono i contribuenti che hanno aperto e chiuso partite Iva in sequenza in pochi anni, magari in settori ad alta intensità di contante o con volumi di fatturato incoerenti rispetto alla tipologia di attività. Nel novero rientrano anche le partite Iva che non hanno presentato alcuna dichiarazione per almeno tre anni, né Iva né redditi, pur risultando formalmente attive negli archivi. Per chi ha una partita Iva ferma da tempo, il messaggio è chiaro: meglio regolarizzare subito, comunicando la cessazione volontaria o presentando le dichiarazioni omesse, prima che scatti la chiusura automatica con relativi controlli. Chi riceve la lettera dell’Agenzia, invece, ha una sola mossa davvero efficace: usare la finestra dei 60 giorni per spiegare la propria posizione e provare che l’attività è reale, con documenti, fatture e tracciabilità dei compensi. In un contesto in cui il governo rilancia la lotta all’evasione e promette di alleggerire il carico fiscale sugli onesti, il messaggio politico è evidente: la stagione delle partite Iva “apri e chiudi” a costo zero è finita, e chi continuerà a giocarci d’azzardo rischia di trovare la serranda abbassata d’ufficio.
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