immagine Pensioni, niente anticipo dell'uscita dal lavoro ​con i fondi complementari: cosa cambia e per chi
  • di Giacomo Andreoli
  • sabato 20 dicembre 2025, 16:57

Pensioni, niente anticipo dell'uscita dal lavoro ​con i fondi complementari: cosa cambia e per chi

La manovra cambia ancora. Dopo le tensioni tra la Lega e il resto della maggioranza sulle pensioni arriva un nuovo maxiemendamento correttivo in Commissione Bilancio al Senato che interviene nuovamente sull’uscita dal lavoro. Lo stop all’anticipo pensionistico attraverso il cumulo con i fondi complementari rappresenta uno dei punti più significativi del testo e si aggiunge a un quadro già segnato da altri irrigidimenti.

Pur essendo meno esteso rispetto alle strette ipotizzate nelle settimane precedenti, il nuovo intervento rafforza la direzione complessiva della manovra, che va verso un contenimento della flessibilità in uscita e si colloca in evidente contrasto con la promessa politica, più volte ribadita negli anni dal centrodestra, di superare la legge Fornero. La legge di Bilancio, infatti, cancella anche Quota 103 e Opzione donna, oltre ad aumentare progressivamente l'età pensionistica dal 2027.

 

La nuova stretta

Rispetto alle ipotesi iniziali, il correttivo approdato in Commissione Bilancio rinuncia a misure più invasive come la revisione del riscatto della laurea o l’allungamento generalizzato delle finestre di decorrenza della pensione. Tuttavia, lo stop all’anticipo con i fondi complementari non è privo di effetti sostanziali.

Viene infatti cancellata una possibilità che avrebbe consentito a molti lavoratori contributivi di pianificare un’uscita anticipata combinando previdenza pubblica e integrativa. La stretta, quindi, è meno estesa ma comunque significativa, perché elimina uno strumento che avrebbe ampliato le opzioni a disposizione dei lavoratori e che andava nella direzione di una maggiore flessibilità del sistema.

 

Chi ci rimette

La cancellazione del cumulo con i fondi complementari incide in modo concreto soprattutto sui lavoratori interamente nel sistema contributivo che, pur avendo raggiunto l’età anagrafica richiesta, non arrivano alla soglia minima di assegno necessaria per andare in pensione. Un esempio tipico è quello di un lavoratore di 64 o 65 anni con circa 20 anni di contributi effettivi, magari frutto di carriere discontinue o ingressi tardivi nel mercato del lavoro, che grazie alla previdenza complementare avrebbe potuto integrare l’importo della pensione pubblica fino a superare il livello minimo previsto dalla legge.

Con la norma cancellata, quella rendita integrativa non può più essere utilizzata per “colmare il gap” e l’uscita dal lavoro viene automaticamente rinviata ai 67 anni o oltre. Allo stesso modo, un lavoratore con una pensione pubblica stimata inferiore alla soglia richiesta, ma con un fondo complementare alimentato per anni con versamenti volontari o Tfr, perde la possibilità di anticipare l’uscita nonostante abbia costruito nel tempo una copertura previdenziale aggiuntiva. In questi casi, la previdenza complementare resta uno strumento di integrazione del reddito futuro, ma non può più svolgere la funzione di leva per accedere prima alla pensione, riducendo di fatto le opzioni disponibili per chi aveva programmato il proprio fine carriera su questa combinazione di risorse

 

Il nodo dell’età pensionabile e la legge Fornero

A rendere più evidente la contraddizione politica è il fatto che, all’interno della stessa legge di bilancio, resta confermato l’aumento dell’età pensionabile a partire dal 2027, legato agli adeguamenti automatici all’aspettativa di vita. Un meccanismo ereditato dalla riforma Fornero che continua a produrre effetti e che, di fatto, sposta in avanti l’uscita dal lavoro per le future generazioni. Il blocco dell’anticipo con i fondi complementari e l’aumento dell’età pensionabile concorrono a delineare un quadro in cui la promessa di superare la Fornero si scontra con interventi che ne rafforzano l’impianto. Anche se presentate come correzioni tecniche o scelte di prudenza finanziaria, le misure vanno nella direzione opposta rispetto a un allentamento strutturale dei requisiti.

 

I risparmi

Il maxiemendamento interviene anche sulle pensioni anticipate per i lavori usuranti, con una riduzione delle risorse disponibili nel medio periodo. Dal 2033 il fondo dedicato subisce un taglio di 40 milioni di euro annui, passando da 233 a 194 milioni. Si tratta di una riduzione programmata che incide sulla possibilità di accesso anticipato per chi svolge mansioni particolarmente faticose, confermando una linea di progressivo contenimento della spesa previdenziale. Anche in questo caso l’effetto non è immediato, ma contribuisce a definire un orizzonte più rigido per l’uscita dal lavoro.

 

Perché arriva la stretta

La scelta di intervenire sulle pensioni, pur senza adottare le ipotesi più drastiche circolate in precedenza, risponde alla necessità di liberare risorse per altre voci della manovra. I risparmi ottenuti vengono utilizzati per finanziare misure a sostegno delle imprese e degli investimenti, come il recupero delle risorse necessarie per Transizione 5.0, gli incentivi per le Zone economiche speciali e gli interventi previsti dal Piano Casa.

In questo equilibrio tra conti pubblici e priorità economiche, il capitolo previdenziale continua a essere uno degli strumenti principali di copertura finanziaria. Il risultato è una manovra che, pur evitando una stretta frontale, conferma una linea di progressivo irrigidimento del sistema pensionistico, in contrasto con le promesse di un superamento della riforma Fornero e con un’età pensionabile che, invece di arretrare, continua ad avanzare.

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