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  • lunedì 24 giugno 2024, 07:00

Ue, le regole applicate con i paraocchi devastano le economie

Correva l'anno 2015, al governo c'era Matteo Renzi, e all'economia Pier Carlo Padoan: «Una politica di bilancio ben temperata sta accompagnando queste prove di ripresa: la Legge di stabilità ha meritoriamente sfruttato le nicchie di flessibilità nelle regole europee, scalpellando con abilità la roccia porosa del Fiscal Compact. Questa congiunzione astrale di buone notizie istituzioni, economia e politica economica potrà essere motivo di compiacimento, ma allo stesso tempo fa pesare su Governo e Parlamento una grave responsabilità. L'abbrivio c'è, e sarebbe una colpa storica non approfittarne per mantenere la barra dritta sulle riforme ancora da fare e su quelle fatte ma non ancora applicate».

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti, ma le parole di cui sopra (appartengono a un mio commento del 15 ottobre di quell'anno) suonano ancora attuali nelle presenti temperie dell'economia italiana.

Vi sono anche oggi delle nicchie di flessibilità nella nuova versione del famoso Patto di Stabilità e Crescita? È ancora porosa la roccia del Patto, e sarà ancora possibile scalpellarla con abilità? Prima di rispondere a queste domande guardiamo qualche grafico sui quattro maggiori Paesi dell'Eurozona: Germania, Francia, Italia, Spagna.

Quello sul debito pubblico guarda, come gli altri, a quattro anni cruciali: il 2008 (Grande recessione), il 2012 (crisi da debiti sovrani), il 2020 (Covid) e l'ultimo dato disponibile (fine 2023). 

Come si vede, il peso del debito è salito dappertutto – dal 2008 al 2023 – ma la “maestrina” tedesca ha fatto meglio degli altri. L’Italia, come si sa, è in cima al podio di questa poco onorevole classifica, ma, se passiamo dal livello alla dinamica, la performance migliora di molto. Prendiamo dapprima l’intero periodo, dal 2008 al 2023: il debito, come detto, è aumentato dappertutto, ma in Spagna e in Francia è aumentato di più rispetto all’Italia. E, se guardiamo al periodo più recente – quegli anni dalla pandemia ad oggi, che hanno visto tanti cambiamenti di passo nell’economia italiana – la marcia in più è confermata anche nella dimensione del debito pubblico. La riduzione del debito, dai massimi dell’annus horribilis del 2020 a oggi, è stata più forte in Italia rispetto agli altri Paesi

Sul debito pubblico sono puntati gli sguardi e le ossessioni del colto e dell’inclita. Ma passiamo a un’altra dimensione. Un’economia è fatta di pubblico e di privato, di debiti e di crediti. Se mettiamo assieme tutte le fattezze del nostro sistema economico – se calcoliamo, cioè, la posizione netta sull’estero – vediamo che l’Italia è creditrice e non debitrice. Questo dato è stato più volte ricordato negli editoriali di Roberto Napoletano, e sottolineato nelle “Considerazione finali” di Fabio Panetta; ma, dato che un’immagine vale mille parole, il grafico mostra come l’Italia sia l’unico Paese, oltre alla Germania, ad avere una posizione netta sull’estero positiva (al 7,4% del Pil), in aumento di oltre 30 punti di Pil dal -23,0% all’indomani della crisi da debiti sovrani. 

Insomma, l’Italia non merita di essere messa sul banco degli accusati da quella procedura per disavanzo eccessivo che è scattata, in base alle sacre regole attuali, per sette (sette!) Paesi della Ue. Dobbiamo preoccuparci? Quanto morde la tagliola delle regole?

Per adesso l’avviso di garanzia della Commissione è un atto dovuto: in pratica, dice «state attenti, dovete fare qualcosa». Il “qualcosa” è una “traiettoria di riferimento” per la spesa pubblica netta (definita come il totale della spesa pubblica al netto di misure discrezionali e degli effetti della recessione sulle misure di supporto ai redditi, come i sussidi di disoccupazione). Insomma, un concetto di spesa pubblica “strutturale”. Questa traiettoria dovrebbe rimettere le finanze pubbliche erranti sulla retta via in un periodo di 4/5 anni (a seconda della durata delle legislature nei diversi Paesi), estendibile però a sette anni (campa cavallo…) se il Paese in questione presenta validi argomenti. Ma il Patto, approvato a fine dicembre scorso dal Consiglio europeo, è poi passato al vaglio del Parlamento di Strasburgo, e qui alcune precisazioni sono state apportate. La “traiettoria di riferimento” è, appunto, un “riferimento”, e il Paese in questione può proporre, sempre con validi argomenti, una traiettoria di spesa più elevata. Poi c’è la questione di cos’altro escludere dalla spesa, e potrebbero essere i cofinanziamenti a carico dei governi nazionali per misure di spesa sponsorizzate dalla Ue – e si parla anche di addizioni alla spesa per la difesa, adesso che da due anni e passa si è accesa una guerra in Europa. Infine, ci sarà una clausola di sospensione in caso di crisi (come fu fatto per la pandemia).

Certamente, la “traiettoria” mette anche limiti quantitativi, come la riduzione del deficit pubblico strutturale dello 0,5% del Pil all’anno nel periodo di 4-7 anni. Ma, nel 2025, 2026 e 2027 la Commissione può tener conto degli aumenti delle spese per interessi quando propone il sentiero correttivo (in pratica, si guarderebbe al deficit primario strutturale e non al deficit strutturale). 

La conclusione? Le regole sono complicate e gli spazi di flessibilità esistono, tanto più quando si può argomentare – vedi sopra – che l’Italia, a livello del Paese nel suo insieme, non ha debiti ma crediti. Il ministro Giorgetti fece bene a non dare cifre precise per la parte programmatica del Def: troppe cose sono ancora da precisare e da negoziare. Il rischio per l’Italia non viene tanto da queste regole che risentono ancora troppo delle ossessioni germaniche, ma viene dai mercati, che guardano – con antenne sensibili e rozze – al deficit pubblico più che alla posizione netta sull’estero.

Se vogliamo guardare al rischio delle regole, eccolo: un’applicazione rigida non farebbe altro che ostacolare l’unico modo per risanare le finanze pubbliche, che è la crescita dell’economia. Già le regole, applicate con i paraocchi, devastarono le economie europee dopo la crisi da debiti sovrani, e non bisogna ripetere quell’errore.

Il Comunicato stampa del Consiglio europeo ha rassicuranti parole al riguardo: «L’obiettivo principe della riforma sta nel ridurre deficit e debiti in modi graduali, realistici, continui e favorevoli alla crescita, proteggendo alla stesso tempo le riforme e gli investimenti in aree strategiche: il digitale, l’ambiente e la difesa». Sante parole, in attesa dei fatti… 

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