- domenica 16 giugno 2024, 22:58
Un'esagerazione parlare di declino dell'Occidente
Forma istituzionale e modello sociale che fuori dal suo spazio (più spirituale che geografico) ancora fatica a radicarsi. Un tempo era il suo punto di forza, sul piano dei valori e dell’autocoscienza, oggi sembrerebbe un fattore di debolezza, come secondo alcuni osservatori si è visto nel recente vertice del G7 organizzato in Puglia.
Sulla stampa di mezzo mondo si sono infatti sprecate le ironie (miste talvolta a sincera preoccupazione) sulle leadership occidentali odierne, senescenti e azzoppate dai loro stessi cittadini-elettori, nel complesso smarrite e a rischio d’impotenza. Sono costoro quelli che dovrebbero guidare il mondo non riuscendo in certi casi a guidare nemmeno i rispettivi Paesi?
Biden tentennante e confuso a causa dell’età, Macron e Scholz incredibilmente umiliati in casa dall’estrema destra, il britannico Sunak politicamente a fine corsa e dunque inutilmente aggressivo verso i cinesi, Trudeau certo giovane e brillante ma a capo di un Paese che è un ininfluente gigante post-storico, von der Leyen tutta presa solo dalla sua rielezione alla guida dell’Europa, il giapponese Kishida inseguito dall’ombra degli scandali finanziari. La Meloni, infine, la padrona di casa, l’unica salda al governo, ma si conoscono i mali atavici dell’Italia, a partire dal suo debito pubblico fuori controllo.
A questa condizione di fragilità politica – resa palpabile dai maliziosi confronti fotografici con analoghi vertici internazionali dove in passarella troneggiavano statisti di ben altra caratura: Mitterand, Kohl, Thatcher, Reagan, Merkel, persino Berlusconi – si dovrebbe poi aggiungere la perdita definitiva di quello status di superiorità morale che i cosiddetti grandi della Terra nel passato si erano impropriamente autoattribuiti e che nasceva, anche senza volerlo riconoscere apertamente, dall’essere stati, molti di loro, potenze coloniali.
Ma il mondo nel frattempo è definitivamente cambiato. Ci sono ormai popoli e Stati che, per essere diventati protagonisti sulla scena globale in primis sul versante economico, non possono più essere trattati col tono paternalistico e supponente di un tempo. Si va verso un sistema delle relazionali internazionali necessariamente paritario, secondo una logica che è al tempo stesso di reciproca convenienza affaristica e di obbligata accettazione di un nuovo equilibrio della potenza anche militare. E pazienza se in molti casi si tratta di nazioni e blocchi continentali con un’idea ancora lasca delle libertà individuali e del pluralismo.
Ma questa che sembra un’accettazione finalmente realistica e pragmatica del mondo com’è, interconnesso ma multipolare, globalizzato ma diviso in grandi spazi di civiltà autosufficienti, senza più la pretesa di distinguere in esso tra i buoni e i cattivi, visto che in fondo viaggiamo tutti sulla stessa fragile barca chiamata Terra, è una rappresentazione grossolana e assai parziale, che non sembra cogliere il significato politico di quest’ultimo G7.
Summit segnato dal solito eccesso di teatralità e cerimonialismo, tra foto di gruppo e cene di gale, ingenti misure di sicurezza e piccoli equilibrismi diplomatici, ma anche da alcune idee e visioni forti venute proprio dai quei rappresentanti politici del mondo democratico-occidentale da molti descritti in questi giorni, a dir poco ingenerosamente, come nani, mummie, fantasmi o attori di second’ordine. Segno che al di là delle comuni e oggettive difficoltà, sociali ed economiche, e delle divisioni interne, per ragioni politiche, che esistono tra molti di loro, essi sono ancora animati da una forte convergenza ideale e da un senso della responsabilità politica globale che sembra invece mancare ai loro antagonisti geopolitici, più interessati a lucrare sul caos che a governarlo.
L’accordo sui 50 miliardi di aiuti a Kiev, avendo come garanzia gli interessi e gli extra-profitti sugli asset congelati alla Russia dopo l’inizio della guerra, ad esempio non era scontato, viste le complesse trattative che l’hanno preceduto. È stato per ciò un segnale di grande compattezza politica, una dichiarazione di sostegno incondizionato al popolo ucraino in vista delle future trattative di pace, cui Putin non ha potuto opporre altro che una maldestra (e prontamente rigettata al mittente) proposta di annessione manu militari delle province orientali dell’Ucraina.
Il messaggio è che lo status quo ottenuto con la violenza delle armi non potrà mai ottenere un riconoscimento legale da parte della comunità internazionale. La forza non crea diritto. Era necessario ribadirlo soprattutto alla vigilia del summit per la pace svoltosi immediatamente dopo in Svizzera, nel cui documento finale l’affermazione che “il dialogo tra tutte le parti è necessario per porre fine alla guerra” (e dunque quanto prima bisognerà confrontarsi apertamente con Russia e Cina sulla fine del conflitto) è stata preceduta dall’altra secondo cui il rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità degli Stati resta l’unica “base per raggiungere una pace globale, giusta e duratura in Ucraina”. Dodici Paesi su novantadue partecipanti non hanno sottoscritto il documento, ma sta appunto qui la differenza tra dialogo a viso aperto e resa unilaterale travesta da spirito di pace, tra la difesa intransigente dei princìpi in cui si crede e l’accettazione cinica della logica del fatto compiuto.
Un’amichevole concessione all’Italia come paese organizzatore qualcuno ha invece considerato l’adesione dei diversi Paesi del G7, formalizzata nella dichiarazione finale, al Piano Mattei per l’Africa da sempre caldeggiato da Giorgia Meloni e spesso liquidato dai suoi avversari interni come mera propaganda. In realtà è un’adesione che riveste a sua volta un grande significato politico. È passata l’idea che serva, verso l’Africa e in generale verso il Sud del mondo, un cambio radicale di paradigma: dalla cooperazione nel segno dell’assistenzialismo umanitario a forme di partenariato strategico sulle questioni assai delicate quali le forniture energetiche, le politiche di sviluppo industriale, la lotta ai trafficanti di esseri umani, la regolamentazione-legalizzazione dei flussi migratori.
Senza contare la possibilità, così agendo nel futuro, di porre il necessario argine alla crescente influenza che Cina e Russia, la prima in chiave di soft power economico al limite del predatorio, la seconda attraverso l’invio di forniture militari e milizie mercenarie finalizzate a creare instabilità, stanno esercitando verso quei Paesi soprattutto africani che dall’Occidente, da un lato perché fattosi strategicamente miope, dall’altro perché troppo frenato dai sensi di colpa storici, si sono sentiti progressivamente abbandonati.
Quanto alla inedita partecipazione al summit di papa Francesco (forse il vero bersaglio delle frecciate laiciste del presidente Macron), il suo potente discorso sulla sfida spersonalizzante e potenzialmente insidiosa portata all’umanità dall’Intelligenza Artificiale è valso a distinguere tra chi pensa di farne un’arma in più (forse l’arma finale) sulla via della manipolazione delle coscienze e della verità e chi si pone il problema di governare la tecnica secondo valori rispettosi della dignità umana e della libertà. L’umanesimo della persona, fondante lo spirito della democrazia, contro il cinismo di quei regimi che in giro per il mondo non sanno che farsene della volontà dei cittadini e dei loro diritti.
Insomma da questo G7 è emerso quasi un paradosso: le democrazie sono forti (e in questo profondamente diverse dai regimi illiberali) proprio perché in certi frangenti storici possono risultare deboli o disorientate, dovendo fare i conti con gli umori, in questa fase storica particolarmente cangianti, dei propri cittadini sempre più impauriti dall’incerto futuro che incombe su tutti noi. Ma gestire la libertà, anche nei suoi eccessi, è cosa diversa dal reprimerla in nome dell’ordine, della sicurezza o dell’orgoglio nazionalistico.
Le partite che esse in questo momento esse stanno giocando sono in effetti tante e tutte delicate. C’è quella sul futuro istituzionale dell’Europa dopo gli scossoni elettorali in Paesi-chiave come la Francia e la Germania. C’è l’incognita globale su chi, il prossimo novembre, la spunterà nella corsa alla Casa Bianca. C’è il rischio di un’escalation bellica da evitare visti i troppi fronti di guerra aperti. C’è da gestire una congiuntura economica particolarmente negativa che accentua il disagio sociale. Ma sarebbe un grave errore scambiare questa situazione obiettivamente complicata come il segnale di un loro declino inarrestabile o di una tendenza all’arrendevolezza, visto che è proprio dai contrasti e dalle difficoltà che le attraversano che esse hanno sempre tratto le energie per rimettersi in sesto. Accadrà anche stavolta.
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