immagine Donato Carrisi: «Se a Garlasco ci fosse un terzo sospettato, ci dimenticheremmo di Stasi e Sempio»
  • di Riccardo De Palo
  • mercoledì 19 novembre 2025, 00:31

Donato Carrisi: «Se a Garlasco ci fosse un terzo sospettato, ci dimenticheremmo di Stasi e Sempio»

«Volevo che il lettore uscisse con un senso di inquietudine dalla mia storia. Il libro deve continuare a seguirti, ovunque tu vada». A parlare è Donato Carrisi, che ha appena pubblicato il suo nuovo romanzo, La bugia dell’orchidea, un thriller che parte da una scena altamente drammatica e sanguinosa. Si verifica una strage in un casale rosso, in mezzo al nulla: un padre in stato confusionale viene arrestato, dopo avere ucciso la moglie e i tre figli nel sonno. «Lui si è costituito, ha confessato tutto - dice lo scrittore di Martina Franca - il movente non si conosce e non si saprà, resta misterioso. Ma tutto passa in secondo piano, in questa storia che resta identica dall'inizio alla fine».


Il suo è un thriller insolito, non crede?
«Di solito uno si aspetta che la verità muti, cambi forma. In realtà io racconto la stessa storia in vari modi e, pur portando la verità davanti ai tuoi occhi, ti faccio cambiare la percezione di quello che è successo. E alla fine è il lettore che decide quale verità, o quale versione preferire. È quello che ci accade puntualmente nei fatti di cronaca, come per esempio nel caso di Garlasco».


Cosa vuole dire?
«Abbiamo una nuova verità che ci viene sottoposta, adesso. E noi siamo chiamati a scegliere. Non abbiamo assolto Alberto Stasi, non stiamo gridando all'innocenza del vecchio colpevole. Se fosse stato arrestato Andrea Sempio anni fa e adesso venisse fuori la tesi che invece è stato il fidanzato, noi probabilmente parteggeremmo anche per questa tesi. Dipende da quale storia viene raccontata prima. Se venisse scovato un terzo sospettato, probabilmente ci dimenticheremmo di Stasi e di Sempio, perché quello che ci interessa non è la verità, ma la novità».


Stavolta, c’è anche una sorta di “libro nel libro”. Perché?
«Volevo raccontare la storia in prima persona, ma poi mi sono accorto che la mia voce era troppo invadente. Allora ho creato un’altra voce, quella di una scrittrice che scrive un romanzo dal titolo Labia sericea». 


Un’altra varietà di orchidea, lei scrive, che però è stata sempre descritta ma mai mostrata nella realtà, no?
«Tu non sai se questo fiore sia vero o falso. Come tutto il romanzo: cosa è vero e cosa è falso? Lo sa che cosa sta succedendo? Che molti lettori arrivano alla fine del libro e vanno a cercare su Internet, aspettandosi di trovare un caso reale. È proprio quello che volevo, che restasse questo dubbio. Sa, questo è un libro fortemente politico, per me...»


Perché politico? 
«Non a caso nell'era Trump, in America, lo scrittore più censurato è Stephen King. Lo sapeva? E lo sa perché? Perché se tu scrivi un libro contro il razzismo, non se ne accorge nessuno. Ma King, che si batte da tempo contro il razzismo, lo fa con i suoi libri. È sempre stato così. Noi autori di genere siamo bistrattati, ma siamo anche quelli che riescono a comunicare determinati valori, a condurre determinate battaglie attraverso storie di fantasia e a portarle all’attenzione anche di chi non leggerebbe di determinati argomenti».


Nel caso specifico, lei per cosa si sta battendo?
«Questo è un libro che contiene un'accusa sociale, come La ragazza nella nebbia, quando io criticavo il mondo dei media. E in questo libro parlo del nostro atteggiamento nei confronti della verità e della menzogna. Come dicevo prima, non siamo interessati alla verità, ma alla novità. Noi siamo circondati da fake news. Eppure nessuno protesta. Anzi, ci facciamo addirittura indottrinare dagli americani, rimproverare dal vicepresidente J.D. Vance che dice: “free speech, free speech”, intendendo libertà di falsificare le cose».


Il suo è un classico giallo della porta chiusa, o qualcosa di diverso?
«In realtà quella stanza non è affatto chiusa, è aperta allo sguardo di tutti. E quindi tu hai la soluzione a portata in mano, solo che devi accettarla. Questo è il primo passo, l'accettazione. Molto spesso noi non accettiamo la risposta che ci viene proposta».


Qual è il vero male del nostro tempo?
«L'indifferenza».


L’indifferenza nei confronti delle sofferenze altrui?
«Nei confronti di qualsiasi cosa. Ci scivola tutto addosso. Prima avevamo una dose di cinismo, che in qualche modo ci salvava, ci rendeva più umani. Adesso invece non abbiamo più neanche quella. Ci siamo svuotati di tutto. Viviamo vite parallele».


E perché questo secondo lei?
«Internet ci ha fregato. I social ci hanno fregato. Abbiamo proprio perso la percezione della realtà. Tendiamo anche a credere a cose assurde, a cui fino a pochi anni fa non avremmo mai creduto. Non c’è più un’indagine, lasciamo che le fake news vengano alla luce. Ma la verità non è una cosa che ti viene offerta: devi andartela a cercare. E ci vuole uno sforzo: quello dell'istruzione, della lettura. Invece noi vogliamo la verità rapida, quella di ChatGPT, di Google, di Wikipedia. Crediamo che l'informazione sia quella. E invece no. Non siamo più disposti a mettere a confronto le varie versioni della notizia, a cercarci le fonti. L'intelligenza artificiale ci sta già manipolando».


Siamo manipolati anche dagli algoritmi?
«Certo, pensi ai chatbot, con cui a volte ingaggiamo delle litigate mostruose. Perché i social ci guadagnano, alimentando la nostra rabbia».

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