- giovedì 26 febbraio 2026, 06:50
Design: dove lo metti star: lo stile che arreda la casa e la rende funzionale
Rendere bello ciò che è funzionale. E viceversa. Dare struttura a un’esigenza. A volte, perfino, fornire una “risposta” a una domanda che ancora non è stata posta.
Spesso, influire sulle abitudini del singolo e, di conseguenza, della comunità. È nel dialogo tra estetica ed etica, fascino ed efficienza il cuore del lavoro del designer. E il suo fine. La creazione di un oggetto può portare alla nascita di gesti, consuetudini, immaginario. Basti pensare alla cerniera zip, alla puntina da disegno, alla moka e a tanti altri oggetti di uso comune, per i quali non si conosce il nome del progettista. Ed è così anche, a maggior ragione per gusto e immaginario, per le creazioni dei designer più famosi, che, in alcuni casi, sono diventate da collezione. Anche da museo.
LE ICONE
La Panton Chair, firmata da Verner Panton nel 1959 e prodotta in serie con Vitra dal 1967, è stata la prima sedia in plastica realizzata a partire da un unico pezzo. Confortevole, impilabile e accessibile: queste le sue caratteristiche, poi divenute “canoni” per le sedute a seguire. È esposta in più musei, a partire dal Moma di New York. Ancora sedute da star. La poltrona Proust di Alessandro Mendini, ideata nel 1978 – l’intuizione risale a due anni prima – è tra le più famose a livello internazionale. E, con l’incontro tra letteratura e forma, ha fatto scuola. L’opera iconica è nei musei di arti applicate di Vienna, Düsseldorf, Parigi e altre città, senza dimenticare la Triennale. E, nelle sue riedizioni, si può acquistare.
Decisamente più recente – è stata ideata nel 2002 – ma comunque cult, la seduta Louis Ghost di Philippe Starck per Kartell: forma classica e trasparenza inattesa ne fanno un passepartout. Ispirata alla classica poltroncina Luigi XV, sembra quasi il suo “spettro” – da qui il nome – e conquista con l’immagine evanescente associata a solidità e resistenza. Per questo è entrata nelle case ma è impiegata anche in molti luoghi di incontro, dove le sedute sono da grandi numeri: perché quasi non si vede, ma si fa notare. Nel mezzo – era il 1993 – la Felt Chair di Marc Newson, nel catalogo Cappellini: la scocca in vetroresina rinforzata ha un sostegno in alluminio naturale lucido. L’opera è diventata simbolo del lavoro del designer australiano, classe 1963, ritenuto uno dei più influenti della sua generazione. Non solo sedute. Per i 50 anni di Zara, fondato nel 1975, Newson lo scorso autunno ha progettato dei vasi in vetro dai colori accesi. «Presumiamo che il vetro abbia un certo grado di traslucidità, ma qui è vero il contrario – spiega il designer – Il risultato è una raccolta gioiosa e funzionale; tocchi di colore sul tavolo».
È entrato nella storia del design Juicy Salif, spremiagrumi progettato da Starck nel 1990, esposto al Moma e al V&A di Londra. È tra le proposte Alessi. Nella collezione del marchio, anche Kettle 9093 di Michael Graves, che ha festeggiato quarant’anni di storia. Il bollitore per il tè ha un fischietto a forma di uccellino che “canta” quando l’acqua è al punto giusto. Ed è diventata iconica anche l’edizione, per il trentennale, dove l’uccellino, forse in linea con i cambiamenti di epoca e società, ha ceduto il posto a un dragone, simbolo di forza e di buon augurio. E così via. Firme e stili si rincorrono negli anni rimanendo comunque senza tempo. Può bastare un pezzo di un designer star per cambiare l’intero sguardo sulla casa e renderla “nuova” anche agli occhi di chi la abita. Perché, come diceva Albert Hadley, che disegnò gli interni della Casa Bianca, «un bell’arredamento può davvero avere un'influenza benefica sulla nostra vita».
LA POLTRONA
Le linee fluide e accoglienti di Carlo Colombo

Linee fluide, curve accoglienti, eleganza aerodinamica. È dell’architetto Carlo Colombo la firma della poltrona “Type_17”, che richiama l’iconica “C-Line”, di Bugatti. Una poltrona comoda, accogliente ma al contempo capace di farsi monumento dello stile aerodinamico delle hypercar Bugatti. Non solo. Colombo, da cinque anni, è direttore creativo di Elie Saab Maison. Il divano Eclisse è uno dei simboli della collezione “Sculpted Dreams”. A fondersi sono precisione architettonica e opulenza nella definizione di uno stile unico, che, unendo visioni di alta moda, funzionalità ed eleganza senza tempo, è la cifra del brand. Iconica anche la sua “Lobster Chair” che, con una sequenza di telai di differenti dimensioni, richiama la coda di uno scorpione nel deserto. Tra le poltrone capaci di cambiare l’aspetto di interni ed esterni, anche “Cara” di Philippe Starck per Kartell, che si veste di nuovo con tessuti Liberty, tra pattern floreali e geometrici, progettati proprio per resistere anche in ambienti outdoor. Per rendere più confortevole e, perché no, elegante il relax all’aperto. I tessuti liberty vestono anche, per lo stesso brand, il divano Plastics e il Pouf Trix di Piero Lissoni. Il sodalizio Starck-Kartell si ripropone nella seduta “Madame” che conquista con i tessuti Rubelli Quatrefoil disegnati da Luke Edward Hall ispirati dai disegni dei tappeti.
“Lunee” di Mogg è una creazione di Marcantonio: le linee scultoree evocano forme naturali, legni consumati dall’acqua e “disegnati” dal vento. Il tema è lo studio dell’essenza delle cose e del design stesso, l’approdo è una semplicità ricercata, in cui la forma creativa si fonde con l’ambiente all’insegna di una più articolata idea di naturalezza. Ogni arredo diventa un elemento di racconto della propria personalità, dei desideri, dei propri riferimenti culturali. La casa rivela, ben più di quanto non si possa pensare. Può bastare un’occhiata.
LA LIBRERIA
Quando Sottsass creò un totem dedicato alla lettura

Ci è passata la paura». Così Ettore Sottsass, nel 1981, presentava la sua “Carlton”, libreria-totem divenuta vessillo del Gruppo Memphis, da lui fondato, e, più in generale, icona di una rivoluzione nel modo di intendere il design. Libera dai canoni classici e dalla forma quasi antropomorfa, la libreria rivela, per forme e colori, la sua volontà di prendere le distanze dal passato. E farsi nuovo orizzonte, anche letteralmente inteso, visto che è perfetta come parete divisoria. «Ci è passata la paura che ci manda il passato e anche quella ancor più aggressiva che ci manda il futuro», proseguiva Sottsass.
A unirsi nei piani di appoggio sono visioni pop, linee postmoderniste, forme geometriche semplici che però, rivestite di colori inusitati, diventano narrative. Nel cuore di questa “ribellione” d’arredo, l’utilizzo, insieme al legno, del laminato plastico, all’epoca considerato adatto solo a prodotti economici e qui ripensato. Fu un successo immediato. Tra gli estimatori e possessori di “Carlton” spiccavano anche David Bowie e Karl Lagerfeld. «Divisorio totemico» la definisce il Metropolitan di New York, che la presenta nella sua collezione permanente. Nel catalogo Memphis, “Carlton” ancora oggi, a distanza di anni, si fa immagine di innovazione. E della ricerca di un senso diverso da dare al design. Il pensiero dell’autore sarà indagato dal 6 marzo al 26 luglio, a Palazzo Buontalenti a Pistoia, nella mostra “Io sono un architetto. Ettore Sottsass”, a cura di Enrico Morteo. Un viaggio in trent’anni di ricerca, dal dopoguerra ai primi anni Settanta, tra disegni, foto, ceramiche e documenti, inclusi vari inediti, tracciando la sua via per un nuovo umanesimo del progetto.
IL DIVANO
Patricia Urquiola e gli “abbracci” green e sostenibili

Nessuna comfort zone per Patricia Urquiola. «Ho bisogno di imperfezione», ha dichiarato l’architetto e designer, art director di Cassina, alla XV Florence Biennale, dove lo scorso ottobre alla Fortezza da Basso di Firenze ha ricevuto il premio internazionale “Leonardo da Vinci” alla carriera, per il design. «Leonardo da Vinci rappresenta l'unione tra arte, scienza e invenzione, ciò che da sempre considero il cuore del design», ha commentato Urquiola, sottolineando che «Ricevere un riconoscimento che porta il suo nome è come ricevere un invito a continuare a sperimentare, a osservare il mondo con occhi curiosi e a costruire connessioni tra discipline, emozioni e persone». La connessione è chiave del suo modo di intendere il design, la casa, più in generale, l’abitare. Così, Mon-Cloud per Cassina, divano dalle forme morbide, che ha come chiave l’idea di circolarità, dunque dell’abbraccio. All’insegna della sostenibilità, la scelta di ridurre al minimo la presenza di poliuretano, limitandosi a inserti in Circularrefoam, realizzato con una percentuale di polioli riciclati. La struttura, inoltre, non prevede elementi incollati, come spiega il brand, «può essere disassemblata al 99,85%, favorendo il recupero e il riciclo dei materiali a fine vita». Non solo Cassina. Urquiola firma anche Gruuvelot per Moroso, sistema modulare dai volumi di ispirazione organica. I rivestimenti sono «realizzati con una tecnica di stampa a base d’acqua che riduce il consumo idrico del 90% e le emissioni di gas serra dell’80% rispetto ai processi tradizionali». A ribadire la filosofia green e l’attenzione all’ambiente. Così la scelta di un elemento d’arredo diventa anche impegno per il pianeta. E messaggio per chi guarda.
L'ILLUMINAZIONE
Con Ingo Maurer le lampadine hanno preso il volo

Un volo di uccelli, le ali bene aperte, i corpi come lampadine e l’orizzonte disegnato dalle ombre a farsi quasi tracciato. Era il 1992 quando Ingo Maurer conquistava l’immaginario internazionale con “Birds Birds Birds”, il primo lampadario con le lampadine alate, destinate a diventare icone del suo stile. Quella visione poetica, inaspettata, capace di proiettare sul soffitto dinamiche fantasie, grazie a un paio di piume d’oca per ognuna delle 24 lampadine, stregò i cultori del design e la scena internazionale. Da allora, quel volo ha ispirato molte altre creazioni del brand.
Nel 2002 la sospensione in versione ridotta, con dodici lampadine invece di 24, chiamata “Birdie”. Nel 2005, invece, “Birdie's Nest”, lampada da soffitto con un volo più ampio per diametro ma meno “verticale”. Nel 2010, “Birdie's Busch”, lampada da tavolo, con sette lampadine Led, con trasformatore integrato nella base dimmerabile. Dal volo di uno “stormo” più o meno grande, all’uccellino singolo. Del 1992 è anche “Lucellino Table”, una singola lampadina che fluttua sopra il tavolo. La stessa, dal 2012, è ripensata in chiave Touch. Così le fantasie continuano a volare, regalando l’illusione di un orizzonte aperto.
LA MADIA
Fabio Novembre celebra Venere e la rende mobile

E' La quintessenza della femminilità – seducente per definizione, proibita per mito e iconografia – a essere celebrata nella madia “Venus” di Fabio Novembre per Driade. Il designer prende spunto dalla Venere di Antonio Canova, già omaggiata nell’omonima libreria. La riproduzione del busto della dea emerge dalla madia come se “vivesse” al suo interno. Un tesoro nascosto alla ricerca di spazio. Nella libreria il dialogo tra le forme è ancora più evidente: la statua, infatti, appare a figura intera.
I rimandi scultorei sono portanti nel lavoro di Novembre. E tornano in più di una delle sue creazioni, guardando ai maestri dell’arte, ma anche all’idea stessa di ambiente espositivo. Ha preso ispirazione dalle sculture di Henry Moore il divano, in edizione limitata di cento esemplari ,“Divina” nel 2008: lo schienale aveva le forme scultoree di una donna sdraiata, tra realismo e astrazione. Una sorta di altare pop alla femminilità, tutto da vivere. È nato dalle suggestioni di un bozzetto di Gio Ponti – “Un disegno è un’idea” – unito alle atmosfere letterarie di “Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello, come riflessione sulla maschera, la seduta “Nemo”. La linea è scultorea e la poltrona diventa un’opera d’arte, capace di farsi protagonista di ogni ambiente.
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