immagine Hormuz, le rotte del gas: il Qatar e il congelamento dei rifornimenti, ecco gli effetti collaterali
  • di Roberta Amoruso
  • martedì 3 marzo 2026, 00:00

Hormuz, le rotte del gas: il Qatar e il congelamento dei rifornimenti, ecco gli effetti collaterali

Tra l’11 e il 12% del nostro fabbisogno di gas annuale, così cruciale anche per la produzione di elettricità, passa dallo stretto di Hormuz, quindi da quel pezzo di mare lungo 160 chilometri che rappresenta la porta del petrolio e del gas che arriva dal Golfo Persico, approda in Europa, ma va perlopiù in Asia. Per l’Italia sono in gioco le importazioni di Gas naturale liquefatto che arrivano alle nostre coste via nave dal Qatar. Certo, è solo un pezzetto di quel Gnl diventato così prezioso per il nostro Paese dopo l’addio forzato dalla Russia (l’anno scorso il Gnl ha pesato per il 32% del gas complessivamente immesso in rete). Non c’è il rischio di rimanere a secco. Ma secondo l’ultima fotografia di Snam, il Qatar è comunque la nostra seconda forte di approvvigionamento di Gnl (un terzo nel 2025), ben dietro agli Stati Uniti da cui è arrivato l’anno scorso il 47% del gas approdato complessivamente via mare per essere riversato nei cinque rigassificatori di “casa”, Livorno, Piombino, Ravenna, Panigaglia e Rovigo.

Effetti collaterali

Quindi non è proprio un dettaglio la possibilità che questi rifornimenti di gas restino congelati, visto che Doha ha sospeso l’intera produzione di Gas naturale liquefatto dopo l’attacco di Teheran via droni ai suoi siti operativi a Ras Laffan, dove esiste il più grande impianto al mondo, e Mesaieed. In prima linea c’è Edison che importa dal 2009 dal Qatar 6,4 miliardi di metri cubi di gas all'anno. Mentre Eni nell'Emirato partecipa al progetto North Field East (Nfe) con una quota del 12,5% e ha un contratto per 1,5 miliardi di metri cubi all'anno di Gnl fino al 2053 che partirà proprio quest’anno.

Il Qatar è, però, anche il quarto importatore dell’Europa, oltre che una delle principali fonti di approvvigionamento per l’Asia, compreso Giappone, Corea del Sud e India. Si spiega così l’impennata ieri sul Ttf di Amsterdam delle quotazioni dei future sul gas arrivate a sfiorare il 50 euro per Megawattora e un rialzo del 50% prima di limitare i danni al +35,5% (a 43,3 euro per Megawattora). Un’altra cattiva notizia, qualunque sia la provenienza del gas, visto che i prezzi si decidono per tutti sulla piattaforma internazionale. Si spera, come sostengono i più tra gli esperti, che tutto questo sarà presto liquidato come l’effetto collaterale transitorio di un’operazione militare non destinata a durare a lungo. Non dovrebbe farsi sentire più di tanto sulle bollette e quindi sull’inflazione, si dice. Stessa previsione per gli effetti del petrolio (il Brent è salito del 8% a 77,74 dollari) sulla benzina. Ma si vedrà.

La task force Ue

Il dossier è di quelli caldi per tutta l’Europa, visto che importa nel complesso, Regno Unito compreso, oltre 313 miliardi di metri cubi di gas, dati Bruegel alla mano. Tanto che la Commissione ha appena creato una task force sull'energia in coordinamento con l’Iea e gli Stati: un modo per monitorare prezzi e offerta nello stretto di Hormuz, dove ora sembra bloccato il 10% dei container mondiali che trasportano gas e petrolio. È diventato anche troppo costoso il passaggio, per chi volesse azzardare, visto che l'assicurazione di guerra nel Golfo Persico è schizzata fino all'1% del valore della nave rispetto allo 0,2% della settimana scorsa, fa sapere Reuters.

Tornando ai flussi, soltanto il 6% del gas è arrivato in Europa l’anno scorso via “tubo” dalla Russia, ultime gocce di un flusso ormai chiuso visto che il Consiglio UE ha appena adottato un regolamento che vieta le importazioni sia di Gnl che di gas russo da gasdotto a partire dal 18 marzo 2026, con periodi transitori per i contratti in essere. Entro la fine del 2027 tutte le importazioni di gas russo saranno vietate. Un bel salto rispetto al 40% del 2021. Se si somma il Gnl, la percentuale del gas affluito da Mosca non supera il 12%. Sempre a livello Ue, ora è la Norvegia, da cui proviene quasi un terzo (il 31%) di tutte le importazioni di gas, la principale fonte di approvvigionamento. Una specie di benedizione per le casse del suo fondo sovrano, il più ricco al mondo, che ha decuplicato gli incassi solo nel 2022.

Il secondo posto tocca agli Stati Uniti (oltre il 26% dei consumi), seguita dall’Algeria (12,3%), dice l’ultimo rapporto del Consiglio europeo. Con quasi il 58% delle importazioni totali di Gnl, gli Stati Uniti sono stati nettamente il principale fornitore di Gas naturale liquefatto dell’Ue. Le importazioni americane sono addirittura triplicate tra il 2021 e il 2025, dicono i numeri. Gli stessi che certificano di fatto, come dalla dipendenza del gas russo fotografata fino al 2021 la diversificazione forzata ha portato a un’altra forma di dipendenza, quella da Trump, destinata anche a crescere.

Ci sono voluti tre anni e qualche spicciolo anche per l’Italia per mettere agli atti il famoso addio al gas russo. Con un’operazione che ha avuto anche i suoi costi, considerati i tempi stretti della svolta forzata e i prezzi contenuti delle importazioni targate Putin fino ad allora. Il nostro Paese ha letteralmente rovesciato il flusso degli approvvigionamenti concentrando le importazioni sull’asse sud-nord, grazie ai contributi dal Nord Africa e dall’Azerbaijan (via Tap). Ma non solo. I rigassificatori hanno avuto il loro ruolo. E probabilmente ancora di più lo avranno in futuro in quel piano di “ridondanza” del gas a cui punta il Paese, che fa perno sul piano Mattei e conta sul rafforzamento della dorsale Adriatica capace di far arrivare il gas al nord per spingere sulle esportazioni verso il nord Europa. O almeno questo è l’obiettivo. Nel 2025 tutte le importazioni di Gnl hanno superato perfino l’import dall’Algeria con 20,9 miliardi di metri cubi e oggi contano un terzo dei consumi nazionali (erano al 23,7% un anno fa). E nel 2026 il trend si è anche consolidato. E il petrolio? Per l’Ue a farla da padrone oggi sono sempre gli Usa con quasi 3 milioni di barili su circa 20 al giorno (davanti al Kazakistan). Mentre l’Italia può contare in primo luogo sulla Libia.

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