- mercoledì 17 luglio 2024, 08:13
«Io, inventore di start-up ho puntato tutto su Napoli»
Il colpo di fulmine ha una data precisa: 26 aprile 2009. Il Napoli batté in casa l'Inter con un gol di Zalayeta, ma servì a poco perché i nero-azzurri allenati da Mourinho di lì a poco avrebbero vinto lo scudetto. Eppure quella partita di calcio, solo per veder giocare Denis, che aveva in squadra sulla Playstation, per il francese David Cézon rappresentò qualcosa di molto più importante di un campionato vinto: da Parigi si trasferì qui per un anno e cambiò la sua vita. Poi però ci è ritornato, stavolta per restarci per sempre: da sette anni l'imprenditore digitale vive ai Quartieri Spagnoli con la moglie parigina e le due bambine. Ha creduto nel potenziale di Napoli «prima ancora dei napoletani. In tanti hanno lasciato questa città perché hanno troppa paura di non veder realizzati i propri sogni, e non crederci è come una maledizione. Invece, non è così, li invito a tornare e a creare qui il loro futuro».
A Napoli ha portato la sua prima start-up «I'm Ok», poi ha lottato con forza per una sede di «The French Tech» dopo Milano e Roma, e ora convince gli imprenditori d'Oltralpe a investire nel Mezzogiorno. Però ha un sogno: declinare a Napoli Station F, l'acceleratore di start-up di Parigi che è il campus più grande del mondo.
Cézon, come la chiamerebbe? Station N?
«Perché no?, sarebbe un nome più che adatto».
Ci spiega cosa si fa in Station F?
«Stazione F è un luogo per imprenditori di qualità, organizzato in maniera tale da lasciare che si concentrino solo sul loro lavoro. Per chi non è mai stato a Station F, potrebbe apparire come uno spazio di co-working, ma non si tratta solo di uffici in una stessa area condivisa. L'idea è di offrire servizi agli imprenditori. Per esempio, in Station F c'è la posta, l'Agenzia delle Entrate, la maggioranza dei fondi di investimento francesi: facilita la vita quotidiana dell'imprenditore, perché se non devo più pensare a tutti gli ingranaggi faticosi dell'azienda, mi posso concentrare sul business. E poi, ho al mio fianco tante aziende che pensano alla crescita, al fatturato, allo sviluppo e questo è molto stimolante».
E perché vorrebbe qualcosa di simile a Napoli?
«La prima cosa, perché c'è una volontà a livello istituzionale, in particolare della Regione Campania, di promuovere le start-up. Station N, sarebbe un progetto che dal governo centrale si proietterebbe fino a livello comunale per offrire tutti i servizi agli imprenditori che vogliono investire su Napoli, e sono tanti. L'idea di non fare la fila alla Posta e non perdere ore all'Agenzia delle Entrate è un sogno per tutti. Partendo da acceleratori che conosco, tipo Campania New Steel, unita al concetto di Station F, avremmo un qualcosa di unico, perfetto per Napoli. E l'assessore Valeria Fascione lo sa bene, perché è stata tante volte a Parigi e ha toccato con mano una realtà che qui troverebbe terreno fertile: bisogna solo che a crederci sia il governo, come ci hanno creduto Hollande e Macron in Francia. Però da quella idea, Fascione si è fatta portatrice di «The French Tech Italy», appoggiando l'anno scorso il programma legato al Mezzogiorno: cioè far conoscere meglio le start-up di Napoli, Bari, Palermo e così via, agli imprenditori francesi. Questo perché credo fermamente che è al Sud il futuro dell'innovazione, e in particolare a Napoli. E quando sono entrato nel programma The French Tech, ho lottato affinché il nome Milano fosse sostituito con Italy».
Spieghi meglio...
«Qualsiasi imprenditore o Ceo di Parigi, se voleva aprire una sede in Italia, pensava solo a Milano. Perché è così, è un riflesso. Come se voglio aprire in Spagna, aprirò a Barcellona. L'idea di «The French Tech Italy» è di far scoprire la realtà, la ricchezza, le agevolazioni del Sud, che finora non erano conosciuti. Se vuoi aprire un ufficio commerciale, Milano è il posto giusto. Ma se vuoi creare un team, se vuoi avere una squadra un po' più importante, allora forse dovresti pensare pure alle altre Regioni. L'evento che abbiamo organizzato l'anno scorso viaggiava su quest'idea di creare un riflesso del Sud. L'idea è questa: a Napoli c'è un ecosistema pronto ad accogliere start-up straniere. Ci sono università di alto livello che offrono risorse umane da far lavorare nella start-up. The French Tech Mezzogiorno ci ha permesso di parlare con un Ceo francese o di qualsiasi nazionalità, e dire: se l'obiettivo in Italia è di creare un team di sviluppo, non farlo a Milano; crealo a Napoli o Bari, ci sono uffici a un costo molto più basso, accesso alle risorse umane grazie alle Università di alto livello, c'è un ecosistema strutturato. Così il progetto che prima era poco chiaro, con noi diventa evidente, e investono qui».
Come ha fatto lei con la sua start-up?
«Esatto. Era una scommessa. Conoscevo già Napoli e avevo già incontrato napoletani con le mie altre esperienze e all'università. Quindi un giorno mi sono detto: andiamo a Napoli per vedere se questa scommessa funziona. E poi la scommessa personale, quando sono entrato in «French Tech» Milano: ho detto, io vivo a Napoli, se collaborare con voi significa lavorare a Milano, non mi interessa; siete già tutti lì. Se l'idea è di aprire a tutto il territorio allora facciamo: e cambiammo nome in The French Tech Italy».
Perché oggi tanti napoletani che hanno investito all'estero dovrebbero tornare a Napoli?
«Prima di tutto, capisco benissimo la scelta di partire: fare la prima esperienza subito dopo l'università a Napoli è dura; perché non c'è molto da fare, anche se c'è stata una crescita importante, non è ancora presente su tutti i settori. Ma comunque una volta fatta questa esperienza all'estero, per scoprire un po' la differenza, il metodo e tutto, tornare è incredibile, perché tutto quello che hanno imparato all'estero, lo possono triplicare a Napoli. Vivo qui da sette anni, la città è cambiata e non solo con il turismo, ma a livello aziendale: ci sono realtà nuove, tantissime aziende che portano l'innovazione. E a quegli imprenditori che sono stati fuori, dico: non abbiate più paura. Se qualcuno ha voglia di fare, la soluzione c'è. Non funziona per tutti i tipi di lavoro, ma sull'innovazione sì. Ne sono convinto al 200 per cento».
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