- martedì 10 marzo 2026, 12:11
Pensione anticipata senza limiti di età: perché uscire dal lavoro con 40 anni di contributi può diventare più facile, cosa dice la Cassazione
Nel sistema previdenziale italiano esiste una via di uscita dal lavoro che non dipende dall’età anagrafica ma dalla durata della carriera contributiva. È la pensione anticipata ordinaria, introdotta con la riforma Fornero, che consente di andare in pensione una volta raggiunta una determinata anzianità contributiva: oggi servono circa 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, indipendentemente dall’età.
Negli ultimi anni, però, diverse sentenze della Corte di Cassazione hanno contribuito a ridefinire l’interpretazione di queste regole, aprendo nuovi spazi per i lavoratori che vogliono anticipare l’uscita dal lavoro.
Il principio: conta l’anzianità contributiva
La pensione anticipata ha sostituito la vecchia pensione di anzianità e rappresenta uno dei pochi strumenti del sistema italiano che permettono di smettere di lavorare prima dei 67 anni previsti per la pensione di vecchiaia. Il meccanismo è semplice: una volta maturati gli anni di contribuzione richiesti, il lavoratore può accedere alla pensione senza alcun requisito anagrafico minimo.
In altre parole, chi ha iniziato a lavorare molto presto e ha accumulato oltre quarant’anni di versamenti può uscire dal mercato del lavoro anche prima dei 60 anni, purché abbia raggiunto la soglia contributiva prevista.

Il nodo dei contributi figurativi
Uno dei principali punti di scontro tra lavoratori e Inps riguarda il valore dei cosiddetti contributi figurativi, cioè quelli accreditati automaticamente durante periodi in cui il lavoratore non presta attività ma è comunque tutelato dal sistema previdenziale. Tra questi rientrano, ad esempio, i periodi di disoccupazione, malattia, maternità o cassa integrazione.
Per lungo tempo l’Inps ha adottato un’interpretazione restrittiva: secondo l’istituto, per maturare il requisito contributivo utile alla pensione anticipata sarebbe stato necessario avere almeno 35 anni di contributi effettivi, escludendo quindi i figurativi.
L’intervento della Cassazione
La Corte di Cassazione ha però più volte smentito questa interpretazione. In diverse decisioni, i giudici hanno affermato che i contributi figurativi devono essere considerati validi ai fini del raggiungimento dell’anzianità contributiva richiesta per la pensione anticipata.
Secondo la Corte, escludere tali periodi non troverebbe giustificazione nella normativa e finirebbe per svuotare di fatto la possibilità di accedere alla pensione anticipata, vista la lunghezza delle carriere contributive richieste.
Il principio stabilito è quindi che la contribuzione figurativa fa parte a pieno titolo della carriera assicurativa e può contribuire al raggiungimento del requisito contributivo complessivo.

Cosa cambia per i lavoratori
Le sentenze non modificano automaticamente la legge né obbligano l’INPS a cambiare immediatamente le proprie prassi. Tuttavia rappresentano precedenti giuridici importanti: chi si vede respingere la domanda di pensione può impugnare il provvedimento e richiamare le decisioni della Cassazione per sostenere le proprie ragioni.
Questo orientamento della giurisprudenza, di fatto, rafforza l’idea che la pensione anticipata sia uno strumento fondato soprattutto sulla durata della carriera lavorativa e non sull’età anagrafica.
Oltre i 40 anni di contributi: il vero spartiacque
In prospettiva, il punto centrale resta sempre lo stesso: più lunga è la carriera contributiva, più si avvicina la possibilità di uscire dal lavoro prima dell’età pensionabile standard.
Per molti lavoratori che hanno iniziato a lavorare giovani, superare i 40 anni di contributi significa trovarsi già vicini alla soglia richiesta per la pensione anticipata. In questi casi, pochi anni di versamenti aggiuntivi – considerando anche quelli figurativi – possono fare la differenza tra continuare a lavorare o poter lasciare il lavoro in anticipo.
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