- martedì 30 luglio 2024, 08:00
Rientro dei cervelli, intervista a Almerinda Di Benedetto: «Ben pagata ma insoddisfatta, ho lasciato Ferrara per Napoli»
Certi percorsi si rincorrono per tutta la vita, altri invece si ottengono rinunciando a tutti i traguardi raggiunti, senza mai guardarsi indietro. È quanto accaduto ad Almerinda Di Benedetto, che al solido e ben remunerato lavoro in una grande azienda, ha preferito ricominciare tutto da capo pur di ritornare a Napoli, perché era qui che lei voleva portare la sua competenza. Dal 2018 è ordinario in Chimica Industriale tecnologica all'Università Federico II. Laureata in quattro anni e due sessioni in Ingegneria Chimica, subito dopo il dottorato di ricerca è assunta alla Montell Polyolefins di Ferrara.
Tre anni dopo però lasciò tutto e ritornò a Napoli.
«Sì, esatto. A dirlo così sembra una cosa folle, ma sarebbe stato folle restare dov'ero. Ho iniziato a lavorare prestissimo in questa società che nasce dalla fusione di Montedison e Shell, dove dirigevo un centro di ricerca all'avanguardia internazionale ed ero pagata benissimo, e anche molto apprezzata proprio per la napoletanità. Però non ce l'ho fatta a restare lì».
Cosa l'ha spinta a questo cambiamento?
«Dopo un po' avevo bisogno di ritornare nella mia terra, nella mia Napoli, nella mia Federico II. Non è stato facile, avevo questa grandissima passione per l'università però avevo anche l'ansia di perdere una grande opportunità: un posto a tempo indeterminato, molto ben pagato, ma in azienda non ero felice. Quando lasciai il lavoro, tornai con una borsa di studio di un milione di vecchie lire al mese contro uno stipendio di circa il quadruplo. Ero ricercatore all'Istituto di Ricerche sulla Combustione del Cnr di Napoli e poi dopo otto anni sono finalmente entrata alla Federico II come professore associato e nel 2018 sono diventata ordinario».
Ha praticamente ricominciato da zero
«Ho cercato di andare oltre la necessità di lavorare e inseguire la passione, le emozioni, la voglia di fare un lavoro che mi piacesse. E qui a Napoli ho trovato proprio il lavoro che mi piace. Volevo continuare a dare qualcosa all'università che mi aveva formata. Io sono grata alla Federico II per due motivi fondamentalmente. Il primo è che mi ha dato una formazione imbattibile, ovunque andassi veniva riconosciuta. E l'altra cosa importante è che per me è stata un'ascensore sociale perché i miei genitori non erano laureati, e per me laurearmi alla Federico II è stata una cosa importantissima. Sono tornata a Napoli perché è facile andarsene e criticare la città ma invece è più bello starci dentro, amarla per tutto quello che ci dà e restituirle tutto quello che ci ha dato. Quindi io restituisco a Napoli, alla Federico II e ai miei studenti tutto quello che ho avuto io ed è stato tantissimo. Vede, appartengo a una generazione che se restava a Napoli, sapeva di dover combattere per farsi strada, perché il lavoro era poco e si figuri nel mio settore. Ma io volevo davvero contribuire alla crescita della mia città, perché andare via era un modo per dire "mi salvo", invece restare significava "rimbocchiamoci le maniche e combattiamo" per poi vincere. Però ci sono anche delle cose che non si riescono a spiegare cioè c'è l'orgoglio, l'identità, la passione, l'umanità. Quando ero in Olanda e a Ferrara sentivo che non era casa mia, sentivo che non era lì che dovevo stare».
E invoglia i suoi studenti a restare o andare via?
«Apprezzo tantissimo i ragazzi che vanno all'estero e credo che questo sia uno step fondamentale per la crescita sia professionale che umana. Però apprezzo ancora di più quelli che tornano, perché stanno restituendo qualcosa di importante alla nostra città. Qui abbiamo una grande ricchezza, va soltanto coltivata, questo è ciò che mi ha spinta a rientrare tanti anni fa e oggi dovrebbe essere ancora più evidente. Da docente so che la ricchezza sono loro, i miei studenti, sono felice di coltivarli, di dare a loro tutto quello che posso perché veramente ci credo. Questo è il senso di restituzione. Ed è un invito anche a coloro che, in maniera incauta, pensano che mandando i figli a studiare al Nord guadagnino chissà che cosa, e non sono consci di cosa perdono. Da noi abbiamo studenti pakistani, iraniani, francesi, belgi Sono bersagliata da aziende di tutto il mondo (Stati Uniti, nord Europa ed Emirati Arabi) che mi chiedono studenti laureati alla Federico II, e le dirò di più, mi dicono chiaramente che preferiscono quelli napoletani».
Perché?
«Per come acquisiamo competenze e preparazione, e forse anche per quella duttilità che abbiamo nel dna, di adattarci a ogni tipo di ambiente e dare tanto, semplicemente per il fatto che ci dobbiamo fondere con una città bellissima dai mille colori».
- Annunci correlati

IlMessaggeroCasa.it
Scegli su quale social condividere questo contenuto con tutti i tuoi amici.