- domenica 21 luglio 2024, 10:00
Rientro dei cervelli, Pietro Maffettone: «Io, prof, ho scelto Napoli con studenti di 37 Paesi»
Anche se è nato a Napoli da genitori napoletani, Pietro Maffettone ha conosciuto soprattutto il lato struggente e iconico della città attraverso le narrazioni appassionate dei familiari. Cresce però a Roma, fino alla laurea in Filosofia alla Sapienza, perché poi partirà per la London School of Economics, dove conseguirà il master in Global Politics, dottorato di ricerca in Teoria politica e insegnerà per un anno come fellow in government. Nel Regno Unito ci resterà in tutto oltre 12 anni, diventando docente di Global Politics and Ethics all'Università di Durham e direttore del master in Global Politics nella School of Government and International Affairs. Un giorno però arriva la chiamata: insegnare Filosofia Politica all'Università degli Studi di Napoli Federico II. È quasi come un salto nel buio ma Maffettone accetta: inizialmente fa il pendolare da Roma dormendo dalla zia che vive a Napoli, per poi prendere casa all'Anticaglia, nel cuore antico dei Decumani, dove si trasferisce definitivamente.
La sua vita era ormai ben assestata in Regno Unito, cosa l'ha spinta a un cambiamento così radicale e a ricominciare da Napoli?
«Le confesso che Napoli era solo una delle varie proposte ricevute dall'Italia. La scelta è stata però immediata. Napoli stava iniziando a cambiare ed era qualcosa che avvertivo in molte cose; mi attraeva l'impronta che l'Università stava dando, per la sua visione del futuro della città. Uno stato di grazia iniziato 5-6 anni fa, e la percezione, per chi viene da fuori, che, nonostante le contraddizioni che tutte le grandi città hanno, viva un momento di grande dinamismo. Poi all'epoca della proposta di rientrare, il rettore della Federico II era Gaetano Manfredi, una persona di un livello fuori dal comune, e questo personalmente ha avuto su di me una capacità di attrattiva, perché alla guida dell'istituzione sapevo esserci qualcuno che aveva un progetto preciso per l'ateneo. Penso che in questo Manfredi sia stato fondamentale: ha reso l'istituzione più dinamica, più attraente, più riconoscibile. Poi, sarà retorica, ma io amo il mio Paese e mi faceva piacere fare qualcosa di positivo qui o almeno provarci».
Come è stato passare dall'ambiente accademico inglese a quello napoletano?
«Il Dipartimento di Scienze Politiche è una casa veramente accogliente. Quando sono arrivato qui avevo 35 anni e fin da subito sono stato responsabilizzato. Ci ho messo il cuore in quello che faccio, però me l'hanno fatto fare. Questo, va sottolineato, è uno stereotipo che salta rispetto al contesto accademico. Sono tornato anche in concomitanza della creazione del corso di laurea magistrale in lingua inglese International Relations che ora dirigo. Che una persona sotto i 40 anni sia coordinatore di una magistrale, prodotto di punta dell'ateneo, è una cosa abbastanza sui generis. Il dipartimento tutto ha creduto in me, per me è significativo, ma questo conferma il cambiamento».
Un corso in inglese e lei insegnava in Regno Unito: un segno del destino.
«Direi di sì. È un progetto ambiziosissimo del Dipartimento che sta avendo un successo notevole: abbiamo molti iscritti con studenti che vengono da 37 Paesi. Una cosa incredibile, che fino a dieci anni fa era impensabile a Napoli. Tutto questo si deve alla visione del direttore del dipartimento, Vittorio Amato, e a tutti i colleghi che hanno partecipato a mettere in piedi questo corso e ci hanno creduto».
Un corso di laurea può cambiare una città?
«Lo sta già facendo perché il cambiamento della città lo vedo proprio attraverso gli studenti che vengono alla Federico II anche con gli Erasmus. Prima non c'era adesso siamo pieni di tedeschi, francesi, spagnoli, che vengono a studiare qui. L'altro giorno, per farle comprendere l'emozione e l'orgoglio, due studenti francesi mi hanno detto: vorremmo restare a Napoli e finire la magistrale qui, non tornare in Francia. Non è una cosa proprio ordinaria, mi dà il senso di quanto Napoli sia cambiata e sia attrattiva».
Vale anche per i napoletani?
«Certo. Da noi ci sono tanti ragazzi che vengono anche dalla provincia o da contesti molto difficili della periferia. Sono i primi laureati della famiglia, e una delle soddisfazioni del mio rientro in Italia è sapere che ora lavorano a Bruxelles o al consolato americano. Il cambiamento è credere anche in se stessi e noi docenti contribuiamo a strutturare il loro percorso: la missione culturale dell'Università è quella di migliorare le persone, formare dei lavoratori e renderli cittadini più consapevoli. E credo che lo stiamo facendo».
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