- sabato 8 luglio 2023, 00:02
Sud, la grande fuga degli studenti: in Campania il 20% di abbandoni
È anche un deficit di competenze e di formazione, il divario. E interroga soprattutto il Sud, confermando che la crescita qui rischia di avere le gambe corte non solo per l’allarme natalità o la fuga dei cervelli. Eloquenti i dati contenuti nel Rapporto Istat 2023. Se in Italia cresce del 6% tra il 2012 e il 2022 la quota di giovani tra 25 e 34 anni che hanno conseguito almeno un titolo di studio secondario superiore (pur restando ancora al di sotto della media europea), nel Mezzogiorno la differenza è di 4,7 punti in meno rispetto alla media nazionale (ma si sale a 9,1 punti considerando solo le isole). E se cala la percentuale di ragazzi che nel 2022 ha abbandonato precocemente gli studi, senza cioè conseguire un diploma secondario superiore, nelle isole continua a sfiorare il 18 per cento.
Ma sono i numeri della dispersione implicita, forse, a fare più male: la percentuale dei giovani che formalmente raggiungono un titolo di studio secondario di secondo grado ma poi dimostrano competenze di base significativamente al di sotto di quelle attese al termine di un ciclo completo di formazione scolastica, rimane assai elevata al Sud. La Campania guida la classifica con un 20% che si commenta da solo (in Trentino, per fare un esempio, la quota di dispersione non supera il 2%).
«Nell’anno scolastico 2021/22 – scrivono i ricercatori dell’Istat - quasi un giovane su 10 che hanno conseguito il diploma secondario superiore ha competenze in italiano e matematica inferiori a quelle degli studenti del secondo anno dello stesso ciclo». Le medie, certo, possono e devono essere considerate come indicative di un determinato fenomeno ma che al Sud esista ormai da tempo un problema di competenze soprattutto scolastiche è un dato di fatto, corroborato peraltro dal monitoraggio annuale dell’Invalsi. Un anno fa proprio l’Istat aveva confermato che «la popolazione (25-64 anni) residente nel Mezzogiorno è meno istruita rispetto a quella del Centro- nord: il 38,1% ha il diploma di scuola secondaria superiore e solo il 16,4% ha raggiunto un titolo terziario; nel Nord e nel Centro circa il 45% è diplomato e più di uno su cinque è laureato (21,1% e 23,7% rispettivamente). Il divario territoriale nei livelli di istruzione riguarda uomini e donne, sebbene sia più marcato per la componente femminile».
Meno competenze al Sud vuol dire anche che i migliori se ne sono andati. Ancora l’Istat: «In Italia, nel 2021, il tasso di espatrio per i laureati di 25-34 anni è pari al 9,5 per mille tra gli uomini e al 6,7 per mille tra le donne. Il fenomeno degli espatri, differenziato sul territorio nazionale, si associa col permanere di una forte migrazione di giovani qualificati dalle province del Mezzogiorno verso quelle economicamente più dinamiche del Centro e, soprattutto, del Nord, che nel complesso registrano quindi un bilancio positivo». In sostanza, «il guadagno in termini di capitale umano è evidente per tutte le province del Centro-Nord, che osservano tassi migratori ampiamente positivi a sfavore del Mezzogiorno, dove la perdita di capitale umano dovuta alla mobilità interna è netta e persistente».
Torniamo alla scuola e alla formazione. Se è vero che la stragrande maggioranza delle centinaia di migliaia di Neet meridionali è in possesso di un diploma, è altrettanto vero che studiare e frequentare le lezioni rimane spesso una corsa ad handicap. Il Rapporto Istat 2023 ne dà più di una dimostrazione: al Sud il 14,8 per cento degli edifici scolastici «risulta poco raggiungibile, sia con scuolabus sia con i collegamenti pubblici (7,8 per cento nel Centro e 5,7 per cento nel Nord)». Inoltre, c’è una forbice di ben 8 punti a sfavore del Sud per l’accessibilità ad edifici privi di barriere fisiche. Eppure, che l’investimento in istruzione resti decisivo per ridurre i divari territoriali è un dato di fatto: l’Istat ricorda che «l’ampio divario tra il tasso di occupazione delle persone di età 25-64 anni a sfavore del Mezzogiorno rispetto al Nord (-22,7 punti) si assottiglia in modo rilevante tra i laureati (-12,6 punti)». Vale soprattutto per le donne: la quota di 25-64enni che lavorano raggiunge il 70,3% tra le laureate mentre si ferma al 20,7% tra le donne con basso titolo di studio. «In questa prospettiva, per competere nella società della conoscenza, è fondamentale l’investimento in capitale umano e l’impiego di professionalità qualificate, unitamente alla modernizzazione del sistema produttivo», dice l’Istat. Ed è impossibile non essere d’accordo.
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