- mercoledì 19 giugno 2024, 07:59
L'editoriale del direttore Roberto Napoletano: la propaganda, i fatti e gli equivoci
Con i soldi europei del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) il grande molo del porto di Napoli dove attraccano le navi da crociera sarà elettrificato facendo così spegnere i motori che inquinano il centro della città. Lo si farà con l'impianto più avanzato in circolazione, i cantieri sono aperti, la fine dei lavori è prevista entro il 2026.
Si attendeva da dieci anni. Stessa sorte, uscita dal mondo dei sogni e ingresso in quello della realtà, accade in contemporanea per il porto di Salerno. Questo tipo di servizio riguarda il 2% totale degli scali portuali a livello mondiale e, cioè, Los Angeles, Kiel e Rotterdam. Si aggiungeranno presto, insieme con altri porti italiani, Napoli e Salerno.
Tutto ciò avviene grazie alla riforma Fitto nella gestione di tutti i fondi europei che attua l'intuizione politica strategica di Giorgia Meloni di unire le deleghe e restituire all'Italia la capacità di fare investimenti produttivi rompendo la ventennale frammentazione decisionale. Si è deciso di restituire all'Europa un unico interlocutore nazionale, come chiedeva giustamente da tempo, con il dovere di fissare le priorità, concertare con gli enti territoriali e usare i poteri di supplenza ogni volta che è necessario, per scegliere le cose giuste da fare e, soprattutto, farle. Europa, Italia e Porto di Napoli navigano nella stessa direzione e dopo secche storiche prende il largo la nave degli investimenti pubblici produttivi.
Siccome chi legge, conoscendone l'indole, potrebbe pensare che chi scrive si sia fatto prendere la mano dall'enfasi, e così non è, vogliamo subito informare tutti che, grazie a questo nuovo metodo, le gare bandite dai Comuni nel programma Pnrr coprono l'82,5% del totale dei progetti, il 57,2% dei lavori è già stato assegnato, e che l'attuazione in corso d'opera di questi progetti permette di stimare una crescita aggiuntiva di Pil del 2,4% e, cosa per noi ancora nettamente più importante, un incremento dell'occupazione a tempo stabile di 1,58 punti come media nazionale e di un punto in più secco (2,52) nelle regioni del Mezzogiorno.
Questi dati sono il frutto del monitoraggio operato non dal governo, ma da un'istituzione terza, l'Istituto per la Finanza e l'economia locale dell'Anci (Ifel) in collaborazione con il Sole 24 ore. Sono, soprattutto, il risultato di una scelta strategica di assegnare al Mezzogiorno il 40% delle risorse del piano europeo e di attrezzarsi sul piano decisionale a livello centrale e sul territorio con un metodo esecutivo nuovo che funziona. Andando nella direzione opposta delle frammentazioni decisionali, che hanno favorito ogni tipo di sprecopoli e immobilizzato gran parte delle risorse europee del Fondo di coesione e sviluppo gestito da Regioni e ministeri, e provando finalmente a perseguire il riequilibro di quei diritti essenziali di cittadinanza nei trasporti come nella scuola e nella sanità violati fino a oggi sistematicamente.
Questi sono i fatti separati dalla propaganda. Questi sono i fatti che trovano riscontro in un risveglio del Mezzogiorno produttivo che dura da più di quattro anni, dopo un quarto di secolo di allargamento dei divari, e che può oggi solo trarre giovamento da una ripresa effettiva degli investimenti materiali e immateriali che migliorano i fattori di contesto negativi, fino ad oggi in essere, anche per un effetto distorto dell'allocazione delle risorse pubbliche destinate alle infrastrutture tra aree più o meno avvantaggiate e tra aree metropolitane e interne.
Per capire di che cosa stiamo parlando, in termini strutturali, citiamo un solo dato estratto dalle rilevazioni dei conti pubblici territoriali che si fermano al 2020 e riguardano la Campania: la spesa complessiva in sanità ha ricevuto una contrazione corrente del 10% dal 2008 al 2020 e addirittura di oltre il 30% della spesa in conto capitale negli stessi anni. Siamo a 1724 per abitante in Campania contro i 2010 euro nel Centro-Nord per spesa corrente e a 25 euro contro 72 del Centro-Nord per quella in conto capitale. La difesa di questo status quo come fa chi manifesta in piazza contro la cosiddetta autonomia differenziata danneggia in partenza il Mezzogiorno perché non rimuove il vincolo della spesa storica che crea questo squilibrio e non affronta il tema decisivo dei livelli essenziali di prestazioni (Lep) senza i quali il riequilibrio è impossibile.
Viceversa, la legge sull'autonomia differenziata (articolo 4, comma 1) stabilisce perentoriamente che "il trasferimento delle funzioni, con le relative risorse umane, strumentali e finanziarie, concernenti materie o ambiti di materie riferibili ai Lep di cui all'articolo 3, può essere effettuato, secondo le modalità e le procedure di quantificazione individuate dalle singole intese, soltanto dopo la determinazione dei medesimi Lep e dei relativi costi e fabbisogni standard". Ovviamente qualche riga più sotto, nello stesso comma, è scritto che tutto ciò deve avvenire con "stanziamenti delle risorse finanziarie (...) coerentemente con gli obiettivi programmati di finanza pubblica e con gli equilibri di bilancio".
Siccome ballano decine e decine di miliardi che non ci sono, stiamo ovviamente parlando di una "favola". Paradossalmente, dovrebbero essere proprio le Regioni del Mezzogiorno ad avere interesse che la prima parte del comma 1 dell'articolo 4 sia attuata per costringere tutti, dopo 23 anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione, a determinare finalmente i livelli essenziali di prestazione o, perlomeno, a fare un'operazione verità che renda tutto pubblico e trasparente.
Purtroppo, ciò che invece interessa è solo la propaganda politica tra chi, Pd e M5S, accusa gli altri di spaccare l'Italia ben sapendo che con le "favole" non si cambia la realtà mentre soprattutto il Pd dovrebbe chiedere alle Regioni che guida di essere da subito solidali nell'accettare una più equa ripartizione e chi come la Lega ha interesse solo a sventolare una bandiera sapendo bene che dietro c'è molto poco se non sostanzialmente niente mentre gli alleati di governo si muovono di fatto, per nostra fortuna, del Sud come del Nord, in una direzione opposta. Che è l'unica seria possibile.
Quella di restituire al Paese una macchina strategica e operativa della spesa pubblica produttiva che individua le priorità e le attua aiutando, come è giusto, il Nord competitivo a correre sempre di più e collocando al centro la riunificazione infrastrutturale del Paese sapendo bene che oggi il Sud italiano non è più periferia, ma centro del nuovo mondo. Questa è la strada sana da percorrere perché mette in testa all'agenda il lavoro produttivo e vuole unire, non dividere il Paese, alzando per tutti l'asticella.
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