immagine L'editoriale del direttore Roberto Napoletano: il rumore e i fatti
  • di Roberto Napoletano
  • giovedì 4 luglio 2024, 07:00

L'editoriale del direttore Roberto Napoletano: il rumore e i fatti

Pochi numeri per capire di che cosa stiamo parlando azzerando la propaganda e il solito consunto balletto delle parole che spegne nel rumore ogni responsabilità. Per capire che cosa vuol dire coprire con le chiacchiere scelte che frenano la crescita, rallentano l'attuazione della perequazione infrastrutturale e riducono di due terzi la capacità di creare lavoro produttivo che preserva e attrae talenti. Per capire che cosa vuol dire viceversa avere avuto coscienza per tempo di questa misurabile stasi negli investimenti pubblici e avere avuto la visione e la forza politica di ribaltare il tavolo con l'obiettivo di restituire al Paese nel medio-lungo termine una macchina centrale-territoriale che è in grado di fare spesa effettiva, non assistenziale.

Nell'attuazione del programma del Fondo di coesione e sviluppo 2014-2020 - l'80% è destinato al Sud, il 20% al Centro-Nord - abbiamo praticamente perso 80 miliardi di euro. Sul programma dei fondi europei 2021-2027 pari a 74 miliardi di euro, la spesa è ferma a 621 milioni, cioè lo 0,9% del totale, e ci avviavamo sicuramente a perdere altri 60 miliardi di euro senza l'azione fermissima del ministro Fitto, sostenuta dall'Europa, che ha portato a governance unica, definizione preventiva delle azioni strategiche, responsabilizzazione e crono programmi. 

Nella nota formale del 19 giugno scorso della Unione Europea, che riguarda l’Italia, si legge testualmente questo richiamo: «accelerare l'attuazione dei programmi della politica di coesione in quanto obiettivo cruciale insieme al rafforzamento della capacità amministrativa nazionale, ma soprattutto degli enti locali. Ponendo particolare attenzione alle disparità che persistono tra il Centro-Nord ed il Mezzogiorno».

Questi sono i fatti che misurano gli errori del passato e si contrappongono a quelli di un Paese che avendo scelto con la riforma Meloni-Fitto, osteggiata da tutti e presentata come la nostra tomba, è invece da ieri il primo a richiedere il pagamento della quinta e della sesta rata confermando il primato europeo nell'attuazione del Piano e degli obiettivi concordati. Proprio grazie alla revisione delle priorità e della governance, la centralità del Mezzogiorno diventa finalmente un fatto con il 40% o l’80% reali delle risorse a seconda dei programmi comunitari coinvolti. Proprio questa revisione di obiettivi e cambiamento di governance consente di incidere sui divari strategici storici: ferroviari, energetici, portuali, digitali e di sostegno alle imprese. 

Capirete tutti che la portata della rivoluzione in atto non consente a nessuno che vuole avere la coscienza a posto, a partire da Ministeri e Regioni, di non remare a favore della nuova direzione imboccata con determinazione e efficacia perché su queste risorse europee si gioca la partita del futuro. Se i meccanismi correttivi individuati dalla riforma Meloni-Fitto fossero già stati adottati in passato davanti allo sfascio evidente della prima programmazione delle risorse europee di coesione, allora quei meccanismi sarebbero già stati operativi e avremmo potuto spendere circa 30 miliardi del cronoprogramma corretto della seconda programmazione (’21-’27).

Se avessimo fatto questo, la crescita del prodotto interno lordo (Pil) del Mezzogiorno dell’1,3%, superiore di mezzo punto alla media nazionale, sarebbe stata addirittura di oltre il 3%.

Smettiamola di fare chiacchiere e apriamo i cantieri. Il mondo degli investitori globali ci osserva da vicino e, spesso, ci sceglie per collocare i suoi capitali. Il mondo produttivo meridionale colleziona record su record nelle esportazioni anche qui posizionandosi al di sopra della media nazionale.

Non possono essere una burocrazia fuori dal tempo della storia e protezioni politiche altrettanto fuori dalla storia a impedire di sfruttare una opportunità unica che aiuta il Sud a correre, ma prima ancora permette all’Italia e all’Europa di capitalizzare la nostra posizione strategica nel Mediterraneo. Il tempo degli alibi e della confusione delle responsabilità è finito per tutti. 

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