- giovedì 29 agosto 2024, 07:00
L'editoriale del direttore Roberto Napoletano: gli interessi sul debito che l'Italia non merita di pagare
C'è un'Italia (vera) che nessuno vi racconta. Quella che certifica la crescita record del prodotto interno lordo italiano dopo la pandemia (+4,7%) che vuol dire avere fatto nettamente meglio, in termini reali, di Francia, Regno Unito, Germania. Quella che documenta che l'Italia, per la prima volta nell'epoca contemporanea, ha superato il Giappone ed è diventata il quarto esportatore mondiale di beni (316 miliardi di euro in sei mesi). Risultato che dovrebbe impedire a chiunque di non discutere più di un aumento di competitività internazionale del nostro sistema produttivo, viceversa la cantilena che si sente ripetere è sempre di segno opposto.
C'è un'Italia (vera) che racconta di un Mezzogiorno che ha contribuito a questo exploit dell'Italia con una crescita del suo export in misura superiore al dato nazionale. Stiamo parlando, per capirci, di un Paese, il nostro, che è creditore netto verso il mondo per ben 154 miliardi, che ha la più alta percentuale di investimenti in macchinari e tecnologie rispetto al prodotto interno lordo (Pil) tra i quattro Grandi dell'Eurozona, la maggiore crescita di turismo internazionale post Covid e ora anche la più bassa inflazione tra i Paesi del G7. È lo stesso Paese che ha ridotto più di tutti il suo tasso di disoccupazione rispetto a prima della pandemia con un calo addirittura record nel Mezzogiorno. Infine, anche in termini di rapporto debito pubblico/Pil, è sempre l'Italia ad avere avuto la minore crescita, se confrontata con i dati di partenza di prima della pandemia.
Marco Fortis, da par suo, con la forza documentale-comparativa delle fonti internazionali e nazionali utilizzate, ha fatto dalle colonne di questo giornale, nella edizione di ieri, il ritratto di un'Italia che nessuno racconta.
Questa Italia economica, a nostro avviso, è invece proprio quella sulla quale tutte le classi dirigenti del Paese - istituzionali, politiche, finanziarie, imprenditoriali, sindacali – dovrebbero essere capaci di fare uno scatto collettivo che è, prima di tutto, culturale. Uno scatto che investa il dibattito interno della pubblica opinione e porti tutti insieme a smetterla di piangerci addosso e a pretendere di spenderci insieme questi straordinari risultati ottenuti per pagare, a ragion veduta, meno interessi nella collocazione dei titoli del nostro debito pubblico sul mercato.
Non possiamo essere noi stessi a continuare a lamentarci e a descrivere un Paese sull’orlo del baratro, falso assoluto, per dare armi alle agenzie di rating di valutare i nostri titoli sovrani in modo non appropriato e farci così pagare interessi che non meritiamo di pagare. Se solo confrontiamo, dal post Covid a oggi, la crescita in termini assoluti del debito pubblico francese e di quello italiano, oltre a tutti i dati macroeconomici citati sopra e all'evidenza della stabilità del nostro quadro politico che si contrappone alla loro inedita instabilità che li priva di un governo, non possiamo non renderci conto del grande valore delle performance italiane e della delicatezza della situazione da noi maldestramente rappresentata che ipoteca ingiustamente il futuro dei nostri figli.
Vorremmo ricordare a tutti che la crescita annuale del debito pubblico italiano è fatta per una fetta molto rilevante da interessi che sono spropositatamente alti rispetto alla situazione reale del Paese. Al posto di ripetere con ragionieristico accanimento quotidiano come e dove tagliare la spesa per ridurre il debito, bisognerebbe prendere coscienza che occorre lavorare per abbassare gli interessi prima ancora che per ridurre il debito stesso. Perché è questo il nostro ingiustificato tallone d’Achille, come dimostrano gli avanzi primari che abbiamo fatto prima del Covid dal ’92 al 2019, e che non può costringerci a tagliare di nuovo investimenti, sanità, istruzione, facendo confronti del tutto inappropriati con Paesi come la Grecia che ha visto condonate le sue rate di debito, il piccolo Portogallo che ha attratto i pensionati di tutto il mondo senza fare pagare le tasse, o la piccola Irlanda che si fa grande con le entrate fiscali dei big del mondo a cui fa maxi sconti.
Siamo seri. L'Italia può e deve essere confrontata con modelli di Paesi simili ai nostri, come Germania, Francia, Inghilterra, che sono tutti usciti mezzi morti dal Covid e fanno anche fatica a tenere una mezza pace sociale. Il Regno Unito si trova addirittura alle prese con un buco di bilancio che sembra assomigliare a quello greco. Il Giappone ha fatto un rimbalzo, ma non esporta più come una volta senza svalutare. Nella caduta degli Dei siamo quelli che sono andati decisamente meglio in termini di crescita che è la prima leva da usare per ridurre il peso del debito pubblico in rapporto al Pil.
Questa, non altre, è la verità. È, dunque, nostro interesse primario convincere i mercati e le agenzie di rating che noi paghiamo troppi interessi rispetto ai valori attuali reali della nostra economia, alle sue prospettive future, e alla solidità complessiva del sistema Paese. È nostro interesse primario proporre piccoli aggiustamenti al nuovo patto di stabilità e crescita europeo che ci consentano di capitalizzare la virtù relativa di finanza pubblica, esercitata prima e dopo il Covid, rispetto agli altri. Anche questa seconda strada va perseguita per ridurre l'abnormità della spesa per interessi italiana che non ha più nessuna giustificazione al di fuori di un intollerabile pregiudizio.
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