immagine Sud, l’export balza a +14,2%: Campania prima regione
  • di Nando Santonastaso
  • mercoledì 19 giugno 2024, 23:03

Sud, l’export balza a +14,2%: Campania prima regione

È il dato che fa la differenza, che misura più di ogni altro la crescita del Sud nel 2023. L’export delle merci del Mezzogiorno non ha rivali con il resto del Paese: +14,2% al netto dei prodotti energetici. Abissale il distacco certificato ieri da Svimez sulla media nazionale, pressoché stabile rispetto al 2022 (+1,0%). Addirittura negativa la media delle esportazioni del Centro-Nord, -0,1%, condizionata pesantemente dal tonfo del Centro (-4,6%) e dalla frenata del Nord Est (-1,0%), solo in parte compensati dal +2,8% del Nord Ovest.

Sono risultati importanti, certo, ma in parte attesi considerato l’andamento delle esportazioni nel corso dell’anno. Un trend, peraltro, che si è già confermato anche nei primi mesi del 2024, come emerge dai dati più aggiornati di Intesa Sanpaolo sui distretti industriali del Paese. Insomma, dall’area che un tempo era facile (e inevitabile) definire la più debole economicamente del Paese, arriva la spinta più robusta per sostenere la ripresa nazionale e mantenere positivi i dati in chiave europea dopo l’exploit del 2022. Corre il Sud, corre l’Italia sia pure a un ritmo meno intenso della macroarea: sembrava impossibile, una sorta di paradosso, non è più così.

I settori nevralgici

L’export targato Mezzogiorno domina incontrastato soprattutto in due settori. Quello dei beni di consumo non durevoli (26,1%), ovvero soprattutto i prodotti agroalimentari che rappresentano non a caso anche la voce più attiva tra le esportazioni complessive del Sud; e quello dei beni strumentali (veicoli industriali, macchine e arredi di ufficio, furgoni, computer ecc.) che svetta con un probante 16,7%. Da soli valgono più del 50% dell’export meridionale che rallenta meno delle altre macroaree nella classifica dei prodotti intermedi o semilavorati (dalle farine ai mattoni) mentre colpisce almeno in apparenza il -3,0% dei beni di consumo durevoli (dalle auto agli elettrodomestici ai medicinali) se non si dovesse tener conto che nella prima parte dello scorso anno l’export delle macchine Stellantis da Pomigliano e soprattutto da Melfi è andato al rilento per una serie di ragioni, non ultima la trasformazione del sito lucano per attrezzarlo in funzione dei modelli elettrici destinati al mercato americano.

Particolare non trascurabile: anche al Sud, le imprese che esportano non hanno paura nell’affrontare le sfide del digitale e più in generale dell’innovazione tecnologica. Cresce anzi il numero di quelle disposte a investire in questa direzione anche in futuro, come emerso di recente dallo studio di Srm, il Centro studi collegato a Intesa Sanpaolo, sulla filiera edilizia della Campania. Eloquente il risultato di un’indagine del Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere, realizzata su 2.500 aziende esportatrici della manifattura fino a 499 addetti. Entro il 2025 il 45% investirà nelle tecnologie 4.0 (contro il 33% delle no export-oriented), mentre il 50% ha in programma di realizzare investimenti in processi e prodotti eco-sostenibili (contro il 34%). Inoltre, le imprese che vendono all’estero si attendono risultati più positivi per il 2024 rispetto alle altre, orientate esclusivamente al mercato domestico. Tanto che il 36% prevede un aumento di fatturato (contro il 20% delle no export-oriented) e il 19% stima nuove assunzioni (contro il 9% delle aziende focalizzate solo sul mercato domestico).

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Il primato

È del resto gran parte del Sud a segnare il cambio di passo dell’export. Cinque regioni su otto chiudono il 2023 con il segno più. Dietro l’irraggiungibile Campania, che Svimez colloca a +31,6%, c’è la Calabria con +22,5%, grazie ad un robusto incremento di vendite all’estero dei prodotti agroalimentari. Ma risultati importanti arrivano anche da Molise (13,4%), Abruzzo (13,3%), mentre la Basilicata si ferma a +4,5, risentendo, come detto, della frenata di Melfi. Male invece la Puglia che tira il fiato nel 2023 per il crollo del valore aggiunto dei prodotti ortofrutticoli e soprattutto Sicilia e Sardegna, rispettivamente a -4,5% e -4,3%. Tra i mercati di sbocco trainanti spiccano Francia e Turchia, dove l’aumento dell’export distrettuale è stato rispettivamente pari a 711 milioni e 682 milioni di euro. In Francia il risultato sembra attribuibile alle relazioni produttive e commerciali con le grandi maison della moda, oltre che al forte aumento delle vendite di meccanica e alimentari e bevande; mentre in Turchia spiccano soprattutto i risultati conseguiti dai distretti specializzati in beni di consumo del sistema moda e meccanica. È interessante sottolineare che dietro questi numeri ci sono filiere sempre più omogenee anche dal punto di vista delle tecnologie e del digitale nonostante il fatto che la ridotta dimensione della stragrande maggioranza delle imprese meridionali continui a rappresentare un’incognita (e forse anche un limite) per i loro sbocchi sui mercati internazionali. Spulciando tra i tanti dati disponibili, emerge però che nei soli primi mesi del 2023 (fonte Intesa Sanpaolo) il valore delle esportazioni dell’agroalimentare dal Sud aveva già superato i 19 miliardi di euro. È la riprova di una tendenza che si consolida e che permette alle regioni meridionali di avere numeri superiori a quasi tutte le nazioni europee, comprese quelle dell’area euromediterranea.

 

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